BENEDETTO CROCE.
...
.
...
LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1799.
Parte 2.
...
.
...
1912. LATERZA & FIGLI Editori, BARI.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
...
.
...
LA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1799.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
CAPITOLO 3.LUISA SANFELICE E LA CONGIURA DEI BACCHER.
1. Due famiglie prima del 1799.
2. La congiura e la scoperta.
3. La Sanfelice e i Baccher negli ultimi mesi della repubblica. Il 13 Giugno.
4. Due volte nel confortatorio.
5. Il compimento della vendetta.
...
ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI.
1. Gli altri attori dell'episodio della Sanfelice e dei Baccher.
2. Su Luisa de Molino, Andrea Sanfelice e le loro famiglie.
3. Sulle circostanze della scoperta della congiura.
4. Sui Baccher fucilati e i superstiti.
5. Cronisti e storici.
...
CAPITOLO 4. I GIACOBINI NAPOLETANI PRIMA DEL 1799. NOTERELLE.
1. La Societ Patriottica.
2. Le denuncie e il processo.
3. La lettera di Emmanuele de Deo.
4. I Giacobini e la polizia.
5. Carlo Lauberg.
6. Andrea Vitaliani.
7. I fratelli Pignatelli.
8. Luigi de Medici.
9. Un sonetto di Mario Pagano.
10. L'opera dei Giacobini di Napoli.
...
CAPITOLO 5. NEL FURORE DELLA REAZIONE (Dalle memorie di un milite della guardia civica della repubblica napoletana).
...
CAPITOLO 6. IL NELSON, DOMENICO CIRILLO E LA CAPITOLAZIONE.
1. La domanda di grazia di Domenico Cirillo.
2. Il Nelson e la capitolazione.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
LUISA SANFELICE E LA CONGIURA DEI BACCHER.
...
.
...
Paragrafo 1.
...
.
...
Due famiglie prima del 1799.
...
.
...
I lettori debbono per un momento penetrare con me nell'interno della famiglia di un nobile cadetto napoletano della fine del secolo decimottavo. La famiglia  composta del marito, il cavaliere don Andrea delli Monti Sanfelice dei duchi di Laudano; della moglie, la signora donna Luisa de Molino; di tre bambini, due femmine e un maschio; e della suocera, madre della moglie, la signora donna Camilla Salinero.
Nella nobilt del regno di Napoli, si annoveravano i Sanfelice duchi di Bagnoli, i Sanfelice duchi di Acquavella, e i Sanfelice duchi di Lauriano e di Agropoli, che aggiungevano il cognome Delli Monti per essersi estinti nella loro famiglia, al principio di quel secolo, i Delli Monti, duchi di Acaia e Corigliano. Il duca di Lauriano Gennaro delli Monti Sanfelice ebbe da una prima moglie due figliuoli, Girolamo, che gli successe nel titolo, e Michele; da una seconda moglie Vincenza Pandolfelli, oltre una femmina che si rese monaca, il cavalier Andrea ricordato di sopra, nato nel 1763.
Luisa de Molino era figliuola di uno di quei tanti ufficiali spagnuoli che militavano nell'esercito napoletano, don Fedro de Molino, e di Camilla Salinero, genovese. Ho cercato notizie, tra le carte dell'Archivio di Stato, intorno alla carriera del padre, che fu onorevole. Nato in Ispagna, di nobile casa, nel 1714, serv prima da cadetto sulle galee spagnuole, e si trov alla presa di Orano e in tutti i combattimenti della spedizione contro i barbareschi del 1732.(196) Nel 1733 venne con l'infante don Carlo nel regno di Napoli, e partecip nel 1734-5 ai blocchi delle cittadelle di Messina e di Trapani; passato poi nella fanteria, si distinse nella campagna del 1742 come aiutante dragone, e in quella del 1744, come aiutante maggiore nel reggimento provinciale di Capitanata, comandato dal principe di Sansevero.(197) Nel 1759 spos la Salinero, e ne ebbe il 28 febbraio 1764 la figliuola che chiam Maria Luisa Fortunata. Nel 1780 era tenente colonnello aiutante maggiore della piazza di Napoli.
Tra le due famiglie, Sanfelice e De Molino, correva una certa parentela per mezzo dei Salinero. Il nonno materno di Luisa, Tommaso Salinero, era fratello della nonna materna di Andrea, Anna Salinero. Luisa e Andrea erano, dunque, figli di due cugini. Questa parentela fu l'occasione del loro matrimonio. Luisa era leggiadrissima fanciulla, di diciassette anni, quando, nel 1781, sposava il cugino Andrea Sanfelice, che ne aveva poco pi di diciotto.
Due ragazzi: di poca testa l'uno e l'altra; lo sposo, specialmente, sciocco, fatuo, vanaglorioso, fannullone, spendereccio; con pochi mezzi, essendo egli cadetto con assegno non largo, e avendo Luisa, figliuola di un militare, recato scarsa dote. La loro vita di famiglia fu una rapida catastrofe. I tre figliuoli, ch'ebbero l'un dopo l'altro, il maschio Gennaro, e le due femmine, Giuseppa ed Emmanuela, non valsero a trattenerli nei loro disordini economici e nel vertiginoso precipitare verso le pi indecorose strettezze. Nel 1787 erano gi in tale stato che vediamo Luisa chiedere pochi carlini in prestito, per non soffrir la fame essa e i figli, al prete don Giuseppe Petrucci, cappellano del reggimento della Regina, certo un vecchio amico di casa, essendo quello il reggimento a cui aveva appartenuto per molti anni suo padre.
Fu allora che intervenne, provvida, la madre di lei, donna piena di senno ed energia, a invocare dal re una "sopraintendenza", quale si usava istituirne per le famiglie nobili, ossia una specie di curatela con amministrazione giudiziaria. Come accade alla gente disordinata, Andrea Sanfelice soleva fare anche pessimi affari. E gi nel 1782, un anno dopo il matrimonio, un dispaccio reale gli aveva impedito di concludere una sconsigliata transazione col suo nipote duca di Laudano, e lo aveva mandato per qualche tempo a meditare sulle regole della buona amministrazione nella casa dei Padri Cinesi, nominandogli un curatore nel giudice della Vicaria Nicola Parisio. Nel 1787, il re, a richiesta della Salinero, "veduto il bisogno che ha di assistenza esso Sanfelice e famiglia", e approvando il piano di riordinamento presentato dall'avvocato Saverio Esperti, nominava, con dispaccio del 6 dicembre, il marchese Tommaso de Rosa a "sopraintendente", dandogli facolt "di far passare i medesimi, marito e moglie, in Lauriano, come lo stesso duca vi consente, senza per che s'ingeriscano nella giurisdizione di detta terra", e di riscuotere "col possibile minor dispendio le di loro rendite, ripartirne porzione ai creditori nella maniera che con la sua prudenza gli riuscir di comporgli, chiamandogli a s, non per far atti giudiziari, ma per buonamente comporgli, tenendo presenti fra di essi i pi certi ed i pi bisognosi".
I figliuoli furono chiusi in luoghi d'educazione: il maschio a Montecassino, le due femmine nel monastero della Trinit a Magnocavallo, e di l successivamente sbalzate in altri monasteri e ritiri durante le fortunose vicende de' loro genitori. Andrea e Luisa si recarono a Lauriano e poi ad Agropoli, nel Cilento. Vi restarono per alcuni anni; ma il rimedio non giov. Nel 1791, "in niente corretti essendosi i coniugi don Andrea Sanfelice e donna Maria Luisa Molina colla permanenza fatta prima in Laureana e poi in Agropoli, feudi della loro casa, ma continuato avendo a menare la solita vita rilasciata e scandalosa all'eccesso", il re approv le proposte del marchese De Rosa "di far loro sentire il peso d'una pi severa mortificazione"; e ordin che il marito "si dovesse tener ritirato nel monistero dei padri Ciorani di Nocera", e la moglie nel conservatorio di Santa Sofia in Montecorvino Rovella: "luoghi (si soggiunge nel dispaccio firmato dal ministro De Marco), luoghi di buon aere e di edificazione".
A Montecorvino dura ancora il ricordo della dimora fattavi dalla Sanfelice; anzi, con dubbia opportunit,  stato dato il nome di "Largo la San Felice" alla piazza che si slarga innanzi al conservatorio di Santa Sofia. - L'anno dopo, il 1792, fu permesso ad Andrea Sanfelice di riunirsi con la moglie incinta, nella citt di Salerno, in casa del fratello consanguineo di lui, Michele delli Monti Sanfelice, capitano delle milizie provinciali. Ma, poco stante, non sappiamo per quali ragioni, Luisa fu mandata di nuovo al conservatorio di Montecorvino.(198) Senonch, nella lunga separazione i due coniugi sentirono ravvivare il loro amore; e il 7 marzo 1794, nel momento in cui si apriva la porta del conservatorio "per la introduzione di cose necessarie alle monache", Luisa scivol fuori non vista; il marito l'aspettava "con una carrozza a tre cavalli" (pare un rapimento d'innamorati!), Luisa si cacci rapidamente nella carrozza; e andarono via di trotto.(199)
I documenti non ci permettono di seguire con la stessa particolarit la loro vita negli anni seguenti: ma la "sopraintendenza" non fu tolta, e i dissesti continuarono. Nel 1797 il cavaliere don Andrea ebbe un mandato di cattura della Vicaria per debiti; il che non gl'impediva di rilasciare, quasi nel medesimo tempo, a un dottore di medicina di sua conoscenza, una patente di "medico ordinario della sua casa", con annuo stipendio.(200) E non gl'impediva, sopratutto, di coprire una serie di cariche municipali (poich la citt di Napoli  stata sempre bene amministrata) nel sedile di Montagna "in qualit di deputato delle 21 botte di vino, e della refezion dei frutti, di giudice della corte del Baglivo, di deputato perpetuo del tribunale della generale salute, ed altro".(201) Quanto alla Luisa (che con un simile marito a fianco si deve considerare come una sventurata), le sue molteplici relegazioni e dimore in monasteri, delle quali forse s'ignoravano le vere cause, non avevano giovato di certo alla sua riputazione.(202)
Circa il 1799 frequentava la casa dei coniugi Sanfelice, o aveva incontrato altrove la Luisa, un giovane di cognome Baccher. Anche di questa famiglia Baccher bisogna dare qualche notizia preliminare. Vincenzo de Gasaro, ricco negoziante, capo della famiglia, era figliuolo di un'Orsola Romano, che aveva sposato in prime nozze un Girolamo Baccher (oriundo tedesco o inglese, come appare dal cognome), e in seconde, un Gerardo de Gasaro; e il figlio Vincenzo, per gratitudine verso i suoi fratelli uterini dai quali era stato allevato, aveva aggiunto al suo cognome quello di Baccher, che poi prevalse.(203) Vincenzo, nato nel 1733 e maritato nel 1762 con Cherubina Cinque, aveva parecchi figliuoli: cinque maschi, che si chiamavano Gennaro, Gerardo, Giovanni, Camillo e Placido, e due femmine, Orsola e Rosa. Gennaro, che nel 1799 aveva trentadue anni, era ufficiale nella "contatoria" (tesoreria) di marina;(204) Gerardo, di trent'anni, tenente di cavalleria e quartier mastro nel reggimento Moliterno; Giovanni e Camillo, rispettivamente capitano e primo tenente nel corpo dei cacciatori reali. L'ultimo dei figliuoli, Placido, impiegato nel commercio, divenne poi un personaggio assai noto nella Napoli borbonica degli ultimi tempi, come rettore della chiesa del Ges Vecchio, autorevolissimo sul popolino. Le due figliuole erano maritate con due fratelli Ghio, famiglia anche questa di negozianti napoletani.(205)
Quali relazioni si fossero stabilite tra Luisa e il giovane Baccher, non si pu dire con sicurezza; e mettere innanzi congetture arrischiate ripugna, in questo caso, in modo particolare. Perch, se finora ci siamo aggirati in una specie di farsa domestica, la storia che raccontiamo, non tarda a mutar carattere, percorrendo tutti i gradi del pietoso e del terribile. Quel che solo risulta chiaro, da molteplici testimonianze e dai fatti che seguirono, : che uno dei figliuoli di Vincenzo de Gasaro Baccher, Gerardo,(206) aveva concepito per Luisa Sanfelice un affetto cos tenero, che poteva forse essere, anche, amore.
...
.
...
Paragrafo 2.
...
.
...
La congiura e la scoperta.
...
.
...
Nella rivoluzione di Napoli e nella proclamazione della Repubblica la coppia Sanfelice, com'era da aspettare, non prese alcuna parte. Pu darsi che il cavalier don Andrea carezzasse le sue personali convinzioni politiche, e, come alcuno ha affermato, offrisse il valido appoggio della sua mente ai Borboni.(207) La Repubblica lo tocc per un altro verso, perch nel febbraio, nel prepararsi l'abolizione della feudalit e delle primogeniture, furono tolte le "soprintendenze" costituite per le case nobili minaccianti rovina.(208) E, nel marzo, gli venivano rinnovate e intimate le lettere esecutoriali di due anni prima, con la congiunta minaccia della prigione.(209)
Vogliono alcuni che Luisa s'invaghisse delle nuove idee; ma di ci gli scrittori contemporanei non sanno nulla, e a me pare un'induzione fantastica di tempi posteriori.(210) Il Dumas riferisce, per tradizioni da lui raccolte, che in quell'anno Luisa Sanfelice abitava al Largo della Carit, nel palazzo segnato col n. 6, al piano matto a destra della scala; e che aveva per sua stretta amica una signora napoletana, calorosa fautrice della Repubblica, Eleonora Capano, duchessa Fusco. La prima notizia  confermata da un documento, che ho rinvenuto;(211) e la seconda  assai probabile: la duchessa Fusco, che mor ottantenne nel 1841, era quasi coetanea della Sanfelice.(212) Certo, se pure Luisa ebbe a concepire simpatie per la repubblica, non ispieg nessun'attivit patriottica, come allora parecchie donne; n prometteva, la povera creatura, di diventare un personaggio politico.
Ma il rivolgimento repubblicano ebbe invece grande importanza per la famiglia Baccher,(213) che fu, a cagion d'esso, spinta sulla scena politica, e messa tra i capi del partito reazionario o realista in Napoli.(214) Per intendere come ci avvenisse,  necessario ricordare rapidamente le condizioni del popolo napoletano, dopo l'entrata dei francesi e la proclamazione del nuovo governo.
Non senza ragione Eleonora de Fonseca si dava tanto pensiero, nel suo giornale, dei sentimenti e dell'atteggiamento della plebe, e studiava i modi da adoperare per convertirla.(215) Quantunque si fossero mandati fuori editti severissimi pel disarmo della citt, quasi ogni giorno accadevano scoperte di ripostigli d'armi, ora nelle case del Molo e della Marina, ora nei conventi, ora presso donne. E giacch i lazzari apparivano temibili anche senza armi da taglio e da fuoco, era stata proibita la vendita delle cosiddette "piroccole", bastoni corti e nodosi, dei quali si notava ch'essi facevano incetta.(216) Altro cattivo segno erano le frequenti uccisioni di soldati francesi,(217) e i tumulti e gl'improvvisi attacchi, che accadevano or qua or l, contro le sentinelle e le ronde.(218) Gli allarmi sorgevano e si propagavano con facilit straordinaria; in modo che fu vietato, sotto pena di morte, il suono delle campane, rendendone preti, frati e monache collettivamente responsabili.(219) Dar, come esempio, un fatto assai caratteristico.(220) I soldati francesi, nel reprimere, sulla fine di febbraio, un'insurrezione a Nocera, avevano preso alcune bandiere regie, e il 27 febbraio le portarono a Napoli, verso sera, sopra una carrozza. Il Monitore racconta: "Il basso popolo, nel vederle, cred che ciascuna appartenesse a un despota differente, e, nel vederle cos sventolanti sulla carrozza, le cred bandiere non vinte, ma vincitrici. Alcuni quindi, o per malizia o per ignoranza, cominciarono a dire che Ferdinando e suo figlio era giunto con 'tre imperatori'; il sapersi la partenza del generale Championnet dette peso alla sciocchezza del detto; altri lo ripeterono: molti si affollarono, chi per vedere, chi per sentire; taluni gridarono 'viva il Re'; a questo grido accorse la forza armata a reprimerlo; nacque una commozione, un bisbiglio, un'inquietitudine a vicenda comunicata e ricevuta: qualche segreto emissario, qualche fazioso tent trarne profitto; tutti coloro, che abitano nei rioni di porta Capuana e sue vicinanze, si chiusero; furono mandati avvisi al governo; la truppa francese pass la notte sulle armi e furono raddoppiate le pattuglie a cavallo ed a piedi per tutta la citt: la truppa nazionale accorse da per tutto e si trov con francesi".(221)
Di un terreno cos propizio alla conflagrazione il partito realista non mancava di profittare. La corte di Sicilia spediva i suoi agenti; ed altri, o per convinzione o per isperanza di premi, si facevano da s agenti e rappresentanti. Barche pescherecce e di trasporto mantenevano vive le relazioni tra l'isola e il continente, e per codesti e altrettali modi si diffondevano manifesti sediziosi e lettere foggiate per seminare sospetti e diffidenze, e notizie vere e talora fantastiche di concussioni e oppressioni francesi.(222) A Napoli vennero pi volte arrestate persone che distribuivano danaro al popolo, e tra di esse anche qualche signora dell'aristocrazia.(223) Rimanevano nella citt parecchi alti ufficiali fedeli ai Borboni, il maresciallo De Gambs, il tenente colonnello Federici, il brigadiere Bock, ed altri, che davano appicco a continui sospetti.(224) Come risultato naturale di tutte queste cause e condizioni, si andavano formando var embrioni di congiure, che la poco esperta polizia repubblicana non riusciva a scoprire.(225)
Di questi nuclei reazionar o controrivoluzionar  serbata memoria segnatamente di tre, che dai loro capi si dissero del Cristallaro, di Tanfano e dei Baccher. Il "Cristallaro" era, come appare dal nome, un venditore di cristalli, che aveva arrolato un grosso stuolo di lazzari.(226) Don Gennaro Tanfano  chiamato "primo glubista di Ghiaia" da un contemporaneo, il quale soggiunge ch'era "uno spilorchio e servitore di messe in una delle chiese di Ghiaia": sembra che ordisse le sue trame negli ultimi giorni della repubblica e con tanta astuzia da passare per buon patriota, ed entr in azione scoperta solo il 13 giugno:(227) acquist poi importanza dopo la reazione sotto i Borboni, e giunse all'ufficio di governatore dell'Aquila, dove (per un curioso destino) fu ucciso, oltre quarant'anni dopo, in uno di quei moti sporadici che precorsero il '48.(228) La cospirazione formata dalla famiglia Baccher fu non solo la prima per tempo, ma una delle pi importanti, e per la qualit dei componenti e l'estensione che assunse e gli appoggi che si procur, e perch stava per passare ai fatti in un momento assai pericoloso.
La mancanza delle carte della polizia repubblicana e il silenzio serbato dipoi dagli attori superstiti della congiura, lasciano all'oscuro sul tempo in cui nacque e sul modo preciso in cui era organizzata. Capo di essa sembra che fosse pi specialmente uno dei figliuoli del Baccher, e forse il primogenito Gennaro; ma altri della famiglia erano nell'intesa e nell'azione, anche il vecchio Vincenzo che passava come amico e favorito del ministro Acton. Secondo il D'Ayala, il nerbo di essa era formato da un paio di centinaia di giovani sotto gli ordini immediati di un Vincenzo Vinaccia, capitano del reggimento "Abbruzzo Cavalleria", addestrati dall'aiutante di piazza Michele Arturi: lo stesso scrittore nomina alcune altre persone che erano nel complotto, tra le quali il generale Dillon, il cavaliere Gaetano Ferrante, un prete Giuseppe Stellato, e certi Angelo Criscuolo e Salvatore Ronga.(229) E si possono aggiungere con sicurezza i nomi di un Natale d'Angelo, tintore al Serraglio, e di due fratelli Ferdinando e Giovanni La Rossa, impiegati del Banco di S. Eligio. Anche sembra che vi partecipassero molti ufficiali borbonici, che improvvidamente erano stati minacciati di licenziamento dalla repubblica come "servitori del tiranno".(230) La corte di Sicilia doveva avere qualche notizia di essa, ma non gi cos minute e frequenti da essere in grado di dirigerla e di determinarne gli scopi prossimi e le opportunit. Si disse, in seguito, che vi entravano nientemeno che cinquantamila lazzari, e non so quanti soldati della guardia nazionale e ufficiali dell'esercito regio; ma queste furono probabilmente visioni della paura. Si parl anche delle somme di danaro raccolte in casa Baccher, e di altre gi distribuite agli affiliati, delle insegne realiste che si tenevano pronte, e dei nascondigli di armi che si scoprirono in var posti: bandiere, armi e danaro, che sono ingredienti necessar di tutte le congiure.(231)
Ci che appare evidente  che la congiura si preparava a scoppiare, quando comparve il 2 aprile nel golfo la squadra composta di navi inglesi, portoghesi e napoletane, comandata dal Troubridge, luogotenente del Nelson.(232) Non sembra che il Troubridge fosse gi dapprima in relazione coi congiurati. Il Nelson, nelle sue istruzioni, vietandogli di tirare senza espresso comando sulla citt, aggiungeva: "salvo che le circostanze non rendessero necessario un bombardamento passeggiero, come per esempio se i leali abitanti pigliassero le armi contro i francesi"(233) E la regina Carolina, scrivendo nel tempo stesso alla figliuola imperatrice, diceva semplicemente: "la squadra inglese  andata a bloccar Napoli, e vedremo quale effetto produrr ci...: il popolo  fedele, ma disarmato e avvilito dalle frequenti fucilazioni".(234) Il che prova che, pure essendoci speranza o sentore di movimenti nella citt, non si sapevano dare su questo punto istruzioni pi precise. Sembra per altro che i congiurati e il Troubridge trovassero subito modo di mettersi in corrispondenza segreta.(235)
Il turbamento della citt, per l'apparizione della squadra e per la notizia sopraggiunta dell'occupazione che gl'inglesi avevano fatto delle isole del golfo,(236) fu accresciuto da una serie d'indizi paurosi e di cartelli di provocazione, che si trovarono affissi.(237) Si parlava vagamente di una congiura di ufficiali licenziati. E, tra le tante favole, si diceva che il re era sbarcato a Procida, e il principe ereditario, con un esercito, in Calabria.(238)
Il giorno 5 aprile un cronista scriveva nel suo segreto diario: "Il nostro stato  di vera fermentazione. Il popolo esulta, perch crede vicina la mutazione di governo. Le navi inglesi apparse sotto Procida si vuole che siano vanguardia di numerosissima flotta che si aspetta. Si dice che abbiano sbarcati da trecento uomini armati di truppa di linea ad Ischia e Procida e cento forzati. Hanno arrivato a dire che su quelle sia il Re, che si  fatto vedere ed ha parlato a pi d'uno. Quest'oggi poi si  veduto venire su una lancia un ammiraglio inglese, che  sbarcato al castello dell'Uovo, dove si  portato Macdonald ed hanno avuto insieme un congresso. V' chi crede che sia intimato ai francesi di evacuar Napoli, che la flotta aspetta l'arrivo della truppa, che vien per terra dalle Calabrie e dalla Puglia; intanto il fermento interno sempre pi cresce, ed i francesi stanno in molta soggezione e taluno degli uffiziali ha detto che hanno essi l'ordine di chiudersi nei castelli ad ogni rumore, ma non di far fuoco. Sicuramente, la nostra posizione non  delle pi felici; non manca chi crede che vi sia qualche trattato segreto coi francesi stessi di restituire Napoli al Re; da un giorno all'altro saremo in mezzo ai torbidi e alle stragi di nuovo".(239)
Ma la notte di quel giorno di venerd, 5 aprile, si vide un gran movimento nelle truppe francesi e nella guardia civica. Pattuglie di soldati percorsero la citt arrestando e facendo perquisizioni. La mattina seguente, gli arresti continuarono; e si sparse la voce che era stata scoperta una terribile congiura.(240)
Passato il primo sbalordimento, si cominciarono a determinare i fatti, a pronunziare il nome dei Baccher, ad accennare che la congiura era stata conosciuta per mezzo di una donna; ed alcuni dicevano il nome di lei, donna Luisa Sanfelice, la figliuola dell'aiutante di piazza De Molino, la moglie del cavaliere don Andrea.
Che cosa era, dunque, accaduto? Si sa che le congiure per lo pi falliscono: ora pel tradimento, ora per la paura, ora per l'imprudenza; e questa volta fu per l'imprudenza di un giovane innamorato. La sollevazione della plebe contro i francesi e i patrioti portava con s stragi, rapine e incendi. Per riconoscersi scambievolmente e per salvare dai danni le persone che si sapevano fedeli ai Borboni, i congiurati avevano preparato biglietti di assicurazione, e li distribuivano secretamente.(241) Ora uno di questi biglietti il giovane Baccher, corteggiatore di Luisa Sanfelice, non seppe trattenersi dal dare alla donna da lui amata, dicendole che, in caso di tumulto e pericoli, l'avesse mostrato e sarebbe stata salva.
Meno chiare sono le circostanze per le quali il biglietto, che doveva restare nelle mani di Luisa, serv a scoprire l'opera dei congiurati. Ma sembra certo, per concordi attestazioni, che Luisa avesse un altro amico, ch'era repubblicano, e che il biglietto passasse nelle mani di costui. In qual modo? Qualcuno vuole che l'amante lo scoprisse casualmente: ma parecchi altri, e i pi credibili, narrano la cosa con un particolare assai pietoso. Luisa, timorosa pi per la sorte del suo amico repubblicano che per s stessa, spinta dalla sua passione, gli affid il biglietto avuto dal Baccher, tacendone la provenienza e solo accennando il pericolo. Il giovane repubblicano si affrett a comunicare tutto al governo. Luisa, interrogata, non volle dire donde avesse avuto il biglietto; ma quella carta bast da sola a mettere sulla traccia dei congiurati, e a farli arrestare.
Il nome dell'amante repubblicano ci  stato conservato dal Colletta. Era un giovane, Ferri. - Ferdinando Ferri, nato da una famiglia di magistrati, aveva allora trentadue anni, ed era entrato anch'egli in magistratura come addetto all'udienza di Aquila. Venuto a Napoli sulla fine del 1798, si convert dipoi alla repubblica, seguendo forse l'esempio e la persuasione del suo maestro, gi poeta di corte e allora fervido repubblicano. Luigi Serio. I suoi primi passi di repubblicano non furono privi di difficolt, perch dovette giustificarsi delle accuse mossegli di essere stato tra gl'informatori del passato governo. Forse la sua prontezza a scoprire la congiura provenne anche dal desiderio di purificarsi da ogni sospetto e completamente rifarsi innanzi alla pubblica opinione.(242)
Ma un altro nome appare in quel tempo accanto a quello della Sanfelice: il nome di Vincenzo Cuoco; e alcuni dicono che proprio il Cuoco, e non gi il Ferri nominato dal Colletta, fosse l'amante repubblicano. La cosa pi probabile  che al Ferri realmente si dovesse la rivelazione, ma ch'egli restasse in disparte; e il Cuoco, o chiamato da lui, o in qualche modo conoscente della Sanfelice,(243) servisse di consigliere e di guida nelle relazioni che la povera donna dovette avere, in quell'occasione, con la polizia e col governo repubblicano.
Il Monitore napoletano (cui risale la menzione del Cuoco), nel suo numero del 24 germile, ossia del 13 aprile, pubblicava:
"Una nostra egregia cittadina, Luisa Molina Sanfelice, svel venerd sera [5 aprile] al Governo la cospirazione di pochi, non pi scellerati che mentecatti", ecc. E, dopo aver fornito varie notizie sui congiurati, terminava: "Essa, superiore alla sua gloria, ne invita premurosamente a far noto che ugualmente con lei  benemerito della Patria in questa scoperta il cittadino Vincenzo Cuoco".
Questa stessa divulgazione, voluta dalla Sanfelice, del nome del Cuoco suona come una smentita del posto che il futuro autore del Saggio storico avrebbe occupato nel suo cuore; non sembrando verisimile che ella avesse voluto "premurosamente" comparire in pubblico nella compagnia del suo amante, reale o supposto, segreto o notorio che fosse.(244)
...
.
...
Paragrafo 3.
...
.
...
La Sanfelice e i Baccher negli ultimi mesi della repubblica. Il 13 Giugno.
...
.
...
I sentimenti di Luisa Sanfelice, dopo la sventata congiura, sono cos interpretati e col suo modo scultorio espressi dal Colletta: "Stava la Sanfelice timorosa di pubblico vituperio, quando si sent chiamare salvatrice della Repubblica, madre della Patria". L'articolo del Monitore, con le evocazioni della romana congiura dei figli di Bruto, rivelata dallo schiavo Vindicio, e i pubblici ringraziamenti che le furono fatti,(245) la scossero tra i suoi timori ed accrebbero il suo turbamento. Le furono anche, com' da immaginare, consacrati versi; dei quali ecco alcuni, che ho potuto ritrovare, in dialetto, del sacerdote Michelangelo Cicconi, in un suo Canto de lo Sebeto dedicato a li Patriuote:
Ma add te lasso a te, figlia devina,
Figlia doce, de zuccaro e cannella,
Luisia mia, bellissima Molina,
Che m si lustra tu cchi de na stella?
Tu mirete lo ncienzo ogne matina,
Mirete ciente statoe, figlia bella,
Pocca da figlia mamma addeventaste,
Quanno la nera mbroglia scommegliaste.
La nera mbroglia, che gi fatta s'era,
Che manco Sautanasso n'avria core
De nce penz, ca tanto  brutta nera;
Chi la nventaie, Ile venga l'antecore!
Tu la scopriste: e Tu s mamma vera
De tutta sta cet, senza dolore;
Mamma, che tutto Napolo aie fogliato,
Pocca tutta da morte l'aie sarvato.
S'io potesse quarcosa a chisto munno,
Oh che te vorria fa, Luisia mia!
Ma non penz, ca non ghiarranno nfunno
Maie cchi li grolie toie, sia che se sia;
Non ce sar mai ommo, o quatro, o tunno,
O fosse nato pure 'n Varvaria,
Che 'n sentennole schitto annomenare,
Non se nchine la terra pe basare!(246)
Cos festeggiata e proclamata eroina, sia per prudenza sia forse per quella quasi inconsapevole finzione che ci trae a non mostrarci inferiori all'alta idea che altri ha concepito di noi, dov prendere anche lei qualche atteggiamento patriottico. Ma tra quelle lodi, e sotto quella veste di cerimonia, si sentiva trafitto il cuore dal pensiero degli sventurati Baccher, per sua colpa o almeno per cagion sua, senza ch'ella trovasse nemmeno nel suo animo il conforto e la scusa del fanatismo politico, mandati incontro alla morte. E l'opprimevano la responsabilit della gloria non cercata e l'oscuro presentimento dei futuri pericoli.
Mentre, infatti, a Napoli il suo nome era circondato da tanti serti di lodi fiorite, c'era, a Palermo, un altro che, in istile ben diverso, lo metteva in iscritto in una sua lettera: re Ferdinando. Il quale, vedendo a buon punto l'impresa della riconquista, spediva al Ruffo il 1 maggio una serie di istruzioni sulle persone che bisognava fare arrestare e giudicare, come diceva lui, con tutto il rigore delle leggi, da una commissione straordinaria di "pochi ma scelti ministri sicuri". Dovevano essere arrestati in prima linea tutti quelli che erano stati del Governo provvisorio, delle Commissioni esecutiva e legislativa, della Commissione militare e di polizia, e delle varie municipalit; quelli che avevano ricevuto, in generale, un incarico dalla repubblica o dai francesi; poi gli uffiziali, gli scrittori e editori di gazzette repubblicane, di proclami, di scritture d'ogni genere; gli eletti della citt e i deputati delle piazze, che non avevano fatto il loro dovere nelle giornate di gennaio, e via dicendo. E, quasi temendo che non sfuggissero all'ampia retata: "voglio (aggiungeva nominativamente) che sieno ugualmente arrestati una certa Luisa Molines Sanfelice ed un tal Vincenzo Coco, che scoprirono la controrivoluzione dei realisti, alla testa della quale erano i Baccher padre e figli".(247) Tale sentenza, nel mezzo dei suoi amari trionfi, incombeva sul capo alla sventurata!
Tutti i componenti della famiglia Baccher, e i due La Rossa e il tintore D'Angelo, erano stati arrestati e chiusi in separate carceri.(248) Sottoposti a interrogator e minacce, si tennero saldi nel negare, n fu possibile strappar loro alcuna rivelazione, anzi smentirono o spiegarono a loro modo gl'indizi e le prove pi evidenti.(249) Anche il mistico Placido era stato messo in prigione. Racconta il suo biografo: "Giunto all'orrido carcere il servo di Dio,  difficile il ridire quali strapazzi soffrisse dai custodi della prigione, e quali tentazioni per parte delle loro donne. E qui possiamo ricordarci di san Tommaso d'Aquino... che fu chiuso in orrido carcere e tentato da un'infame donna ch'esso scacci con un carbone acceso". A tali estreme difese non dov ricorrere il nostro Placido, perch, poco stante, prosciolto dall'accusa, fu sottratto alle tentazioni, e torn a casa col fermo proposito di farsi prete.(250)
In quel mese d'aprile continuarono gli arresti, e tra gli arrestati furono persone assai ragguardevoli, come il principino di Canosa, il negoziante Abbenante socio del Baccher, il duca di Miranda Gaetani, il presidente dell'ammiragliato Michele de Iorio e il vescovo suo fratello, il consigliere Giambattista Vecchioni, il soprintendente delle dogane Vincenzo Pecorari, e moltissimi altri.(251) Fu anche soppresso il convento di San Martino, i cui monaci erano stati sospettati di intese coi congiurati.(252) Ma non cessavano gli allarmi(253) e nel tempo stesso cominciarono i castighi esemplari delle fucilazioni, come quella eseguita il 10 aprile al Mercato, di undici cittadini della Torre, che avevano promosso un'insurrezione.(254)
La partenza dei francesi accrebbe le agitazioni e port nuovi arresti e nuove esecuzioni capitali. Il 6 maggio vennero fucilati gli assassini dei due Filomarino: un contemporaneo racconta lo spettacolo pauroso di quell'esecuzione, per la quale si videro schierate qualche centinaio di guardie nazionali in doppia fila, circondate e quasi premute da un'immensa folla ruggente, che pareva volesse a ogni istante soverchiarle.(255) Una decina di giorni dopo, l'alta Commissione militare faceva fucilare un prete, Giovanni de Napoli di Cassano, che aveva gridato "viva il Re!", e tre paesani di Mugnano, anche rei di provocata insurrezione.(256)
Il 13 giugno, supremo giorno della repubblica, segn anche la morte dei Baccher.
Il loro processo era stato istruito, ma la condanna non ancora pronunciata.(257) Ora si volle finirla. La vendetta e la crudelt presero la maschera di una necessaria misura di rigore, che avrebbe allontanato il pericolo di una sollevazione della plebe alle spalle delle milizie repubblicane, uscenti dalla citt per tenere testa alle orde del Ruffo.
Ma non  vero che la giustizia fosse sommariamente eseguita "da una folla di gente, che, indarno raffrenata, irruppe nella prigione"(258) o, come altri scrive: "che il tempo manc al giudizio, e non al supplizio".(259) Ci fu un simulacro di giudizio, e la regolare esecuzione di una condanna. I Bianchi furono avvertiti che si sarebbe pronunciata ed eseguita nelle prime ore della giornata la condanna dei Baccher, e invitati a trovarsi in Castelnuovo per l'assistenza.(260) E l'alta Commissione militare pronunci la sentenza di morte contro due dei fratelli Baccher, Gerardo e Gennaro, e tre loro compagni, Natale d'Angelo, Ferdinando e Giovanni La Rossa.
I Bianchi, prima che sparasse il cannone d'allarme, in gran fretta si recarono in Castelnuovo.
Col erano raccolti molti prigionieri politici, personaggi d'importanza, che potevano anche essere utili come ostaggi: tra gli altri, i due De Iorio, cari all'Acton. Costoro, nel vedere i Bianchi, credettero che fosse giunto per essi l'ultimo istante. Ma, invece, solamente i due Baccher, i La Rossa e il D'Angelo furono chiamati e condotti nel confortatorio.
Dopo qualche ora, quei cinque sventurati furono menati nella piazzetta di Castelnuovo, dove si doveva eseguire la sentenza. Ma giunsero contrordini; forse prevalsero per un momento consigli pi miti e pi savi. I condannati furono fatti rientrare. Senonch, sopravvenne dopo un po' la conferma dell'ordine ed essi vennero ricondotti sulla piazza. Si ebbe ancora qualche altra incertezza; e finalmente si procedette all'esecuzione.(261) Ed essendo i soldati di linea tutti sui luoghi di combattimento, si adibirono per la fucilazione i militi della guardia nazionale.(262) I cinque affrontarono intrepidi la morte, "tutti contenti e lieti di riceverla per una cos degna e santa causa".(263)
Questa strage, che fu un colpo di testa della Commissione esecutiva, macchi gli ultimi momenti della repubblica. Gli stessi scrittori repubblicani la riprovarono. Vincenzo Cuoco dice che il tribunale rivoluzionario "si tinse inutilmente del sangue degli scellerati Baccher".(264) E, certo, dov servire in qualche modo a giustificare, negli animi di Ferdinando e di Carolina, le stragi che avrebbero fatto poi, essi, dei repubblicani.
Poche ore dopo, la sorte delle armi era decisa, le schiere del Ruffo entravano furiosamente in Napoli; e veniva la volta della "madre della patria", di Luisa Sanfelice.(265)
Si sa a quali eccessi bestiali si spinsero i lazzari e le bande della Santa Fede, nei giorni che passarono tra l'entrata dei regi e la resa dei castelli. I supposti giacobini erano cercati e scovati come animali da caccia. In parecchi punti erano stati accesi roghi ad accoglierli ancora vivi, e ci fu chi si vant di aver mangiato carne repubblicana. Non furono risparmiate le donne. Dame della prima nobilt (ed erano molte), che avevano fatto dimostrazione di sentimenti repubblicani, venivano strappate ai loro letti, menate di corsa per la citt, appena coperte da un lenzuolo, tra mille oltraggi. Altre erano denudate affatto, perch si diceva che bisognava vedere l'"albero" che avevano inciso sul corpo, costrette, per ischerno, a rappresentare la nuda "Libert". In questi modi furono straziate e menate in carcere le due sorelle duchesse di Cassano e di Popoli, la Laurent Prota, la madre e la sorella di Ettore Carafa, Margherita Fasulo, e Luisa Sanfelice, colei che aveva fatto versare il sangue ancora fumante dei Baccher.(266)
La figliuola della Sanfelice, Emmanuela, raccontava che, pochi giorni prima della caduta della Repubblica, sua madre era stata a visitarla nel monastero di San Potito, in cui si trovava come educanda, e le aveva detto disperatamente: "Io sono perduta!". Poi seppe che era stata arrestata, e non seppe pi altro. - I lazzari e i sanfedisti la trovarono nascosta in un soppalco della sua casa, al palazzo Mastelloni, al largo della Carit.(267) Ne la trassero fuori, e fu gettata in prigione. Meglio se, in quel primo furore, le avessero tolta la vita!
...
.
...
Paragrafo 4.
...
.
...
Due volte nel confortatorio.
...
.
...
Dopo tre mesi, nel settembre, fu iniziato il suo processo. La Giunta di Stato era composta dal Guidobaldi, dallo Speciale, dal Fiore, dal Della Rossa e dal Sambuto, e presieduta dal Damiani. Gli avvocati, stabiliti d'ufficio, erano il Vanvitelli e il Moles. Nel giudizio della Sanfelice fu commissario il consigliere Angelo Fiore, che trattava le cause dei rei condannabili a morte.(268)
Quanto poco merito ella avesse nel beneficio recato alla repubblica, che diventava ora delitto pei Borboni; come fosse innocente della gloria ond'era stata coronata: tutti generalmente sapevano o sentivano. Pi tardi, un testimone non sospetto, un fratello dei Baccher, singolarmente caro ai Borboni, il prete don Placido, soleva confermare: "che la Sanfelice era inconscia del pericolo e poi della morte dei suoi fratelli, e del fallo commesso pentita".(269) Certo, alcune apparenze stavano contro di lei, e specialmente quella noterella del Monitore, che sembrava scritta col suo consenso e rivelatrice dei suoi sentimenti.(270) Ma, senza tema d'ingannarsi, si pu credere che, per giudici come quelli della Giunta di Stato, la vera colpa consisteva nella patente gravit delle conseguenze del fatto (la rovina della congiura realista, la morte dei Baccher), e non nel fatto, intrinsecamente considerato. Il danno sofferto dalla causa del sovrano voleva vendetta; gli spettri degli uccisi chiedevano l'espiazione.
Se dall'istruttoria si ritraessero nuove circostanze e quali, non ci  noto; perch le carte di quel processo furono bruciate con tutte le altre della Giunta di Stato. Ma bisogna supporre che, se qualche cosa di diverso e di pi grave sul conto di lei si fosse scoperto, sarebbe trapelato in qualche modo ai tanti difensori che pur hanno avuto i Borboni; e che perci, in realt, l'istruttoria non pot se non accertare quello stesso che per tante altre vie gi sappiamo. Un contemporaneo ci ha poi serbato memoria del generale concetto giuridico della difesa, tentata dagli avvocati. Essi trattarono la questione della maniera di considerare e giudicare l'atto di chi impedisca una congiura; e non senza ragione sostennero, non esserci legge che "condanni a morte chi scovra congiure a quel governo sotto di cui si trova; e che colei non era, per tal motivo, rea di lesa maest o di ribellione verso il Re, che non poteva certamente sapere se veniva o no giovato dalla controrivoluzione ch'ella scovr".(271)
O i dati della istruttoria o la validit di questa difesa furono cagione che nella Giunta i pareri si divisero. Uno dei componenti, Antonio della Rossa, ch'era anche direttore generale della polizia, vot per la vita; "due altri" (dice lo scrittore contemporaneo gi citato) "divennero alla sentenza di morte" (si veda animo di magistrati!) "per non discordare dai compagni; ma Della Rossa rest fermo".(272) Il 13 settembre fu pronunziata una serie di condanne, e fra queste, tre di morte: per Ercole d'Agnese, gi presidente della Commissione esecutiva, e pel padre crocifero Nicola de Meo, condannati alla forca; per Luisa de Molino Sanfelice, condannata alla decapitazione.(273)
Non essendo stata unanime la condanna, gli avvocati Vanvitelli e Moles chiesero il rimedio della nullit, adducendo "che, poich la Giunta aveva adottata la costituzione sicula, questa ammette il gravame, subito che uno dei votanti sia discorde". La domanda fu rigettata; gli avvocati protestarono; ma la Sanfelice venne messa "in cappella".(274)
Ci accadeva nella notte tra il 14 e il 15 settembre. La Luisa stette in cappella, preparandosi alla morte, tutto il giorno 15, insieme con l'altro condannato, il padre De Meo. "La madre di lei" (dice il Diario napoletano), "donna piena di coraggio, and strepitando attorno, e arriv a dire a Damiani che il sangue di sua figlia sarebbe stato vendicato col sangue loro".(275) Tuttavia, l'esecuzione pareva sicura; quando, a un tratto, verso sera, si sparse la voce che la giustizia era sospesa, che la Sanfelice e il De Meo erano stati tolti di cappella.
Molte congetture si fecero per questo caso inaudito. Da taluno si disse (e non era vero) che la Sanfelice fosse tra i capitolati dei castelli, che non si potevano giustiziare senza la regia approvazione.(276) Si disse anche che era stato ammesso il ricorso degli avvocati; ma la cosa non pareva credibile, che sarebbe stata affatto nuova "in questa Giunta che giudica inappellabilmente e senza gravame". Il vero , come risulta da un documento ufficiale, che, il giorno 15, la Giunta, tenendo presente un reale dispaccio in data del 7 di quel mese, pel quale si prescriveva un nuovo metodo abbreviativo nei giudizi, "con processo sommario e de mandato", e con l'obbligo di riferire al re sulle condanne che si pronunziavano prima di dar loro esecuzione, e si stabilivano anche, a quanto sembra, alcune mitigazioni di pena, faceva sospendere l'esecuzione in corso della Sanfelice e degli altri condannati, e scriveva al ministro di giustizia a Palermo: "non sembrarle che al caso dei gi condannati con l'antico metodo fossero applicabili le disposizioni del dispaccio, ma che tuttavia, per maggior sicurezza, chiedeva di essere illuminata dal superiore giudizio".
Il dispaccio del 7 doveva essere giunto a Napoli gi da parecchi giorni; e l'essersi la Giunta risoluta solo all'ultimo momento a rivolgere al re un dubbio in verit non molto fondato, fu attribuito nella citt all'opera dell'avvocato Vanvitelli e del consigliere Della Rossa. L'avvocato, avuta notizia dell'esistenza del dispaccio, corse subito dal Della Rossa, che s'era mostrato favorevole e pietoso verso la Sanfelice. "Il Della Rossa, non ostante l'immenso diluvio che faceva, essendo stata un'orrida giornata, corse alla Giunta, e fece i pi alti strepiti contro un cos crudele ed irregolare modo di procedere; arriv a dire ai compagni che invece di fare i ministri potevano fare i boia e situarsi al Mercato per appendere e spendere la gente; chiese conto del dispaccio e volle che si rendesse noto. Cos fu sospesa l'esecuzione, ed il dispaccio si  saputo".(277)
Nella citt si sent come un sollievo, e per le mitigazioni di pene in genere e per la povera Sanfelice in particolare. "Non pu immaginarsi (scrive il nostro diarista) la esaltazione che esso ha prodotto negli animi di tutti i buoni, che purtroppo erano avviliti dallo spavento e terrore che incutevano le continue carneficine". E si facevano le lodi del re, e pi ancora della regina, ai cui buoni uffici si diceva doversi quel dispaccio; mentre cresceva l'indignazione contro la Giunta sanguinaria. "Si creder (continua il diarista) che la Giunta, con questo dispaccio, mandar volesse alla forca una donna ed un ecclesiastico? Il cardinale Ruffo  cos disgustato di tal modo di procedere della Giunta e di tutte le passate operazioni del Governo che, per quanto mi si dice, aspetta sentire che Roma sia presa per andarsene da Napoli: mi si dice pure che abbia scritto molto forte al re, protestandosi che, se si continua nel cominciato rigore, egli non si comprometteva della quiete del Regno...".(278)
Ma la consolazione fu breve. Pochi giorni dopo, il 25 settembre, correva voce che fosse venuta "l'uniformazione di Sua Maest alla sentenza di morte della Molina e del padre di Meo". E il diarista soggiunge: "Cosa veramente da fare orrore  questa condanna della Molina!".(279) Infatti, con nuovo dispaccio in data del 20 da Palermo, "Sua Maest (scriveva il ministro di giustizia Parisi al Ruffo), avendo tutto visto ed esaminato, mi ha ordinato di manifestare a Vostra Eminenza, com'eseguo, che la Giunta di Stato avea ben interpetrato il senso del Real Dispaccio de' 7 del corrente, detegendo che la volont di Sua Maest, circa il voler conto delle sentenze pria di eseguirsi, poteva riguardare solamente quelle ch'essa Giunta era per profferire col nuovo metodo indicatole, vale a dire con processo sommario e de mandato, e non gi quelle cadute e che saranno per profferirsi nei processi rituali e giuridici; per il che vuole e comanda Sua Maest che la giustizia faccia il suo libero corso gi pubblicata contro il padre Niccola de Meo Crocifero e contro Luisa Molina Sanfelice; e cos vuole parimenti che si esegua quella profferita a carico di Ercole d'Agnese, di cui la Giunta aveva sospesa l'esecuzione per essere costui uno degli ottantadue rei di stato (capitolati), per li quali fa prescritto di farsene prima relazione alla Maest Sua; onde potr Vostra Eminenza ordinare quanto convenga perch la giustizia abbia sollecito corso ed esecuzione delle sentenze rapporto agli enunciati tre rei".(280)
In conseguenza di questo dispaccio, cos esplicito, ed anche premuroso, il 28 settembre il fiscale Villamarina con un suo ufficio avvisava la confraternita dei Bianchi, della giustizia che doveva eseguirsi della Sanfelice, del De Meo, del D'Agnese e di altri cinque, ossia dei due fratelli Pignatelli, del Genzano, del Rotondo e dell'Astore.(281)
Il 29, tutt'i pazienti erano in cappella al castello del Carmine. E questa volta la Sanfelice si vide perduta. - Ed era difatti perduta se non le era suggerito, o non le veniva in mente, un ultimo stratagemma, cui si afferr con tutte le forze, disperata d'altra salvezza. Un'antica legge sospendeva per donna incinta la sentenza di morte.(282) La Sanfelice pens (o le fu suggerito) di dichiararsi incinta. La sua scusa avrebbe trovato sicuro appoggio nella piet che la sua sorte generalmente destava, e negli scrupoli che, in tal caso, sarebbero sorti nella coscienza anche dei meno pietosi.
I fratelli dei Bianchi, andati in giornata nel confortatorio, ebbero da lei (come notano nelle loro cronache) "l'avviso che aveva sospetto di essere gravida". Il che fu subito comunicato al castellano del Carmine, Scipione La Marra, e alla compagnia, che ne fece intesa la Giunta di Stato. Ma non fu tralasciata intanto l'assistenza della condannata.
Il 30, tornati i fratelli per prenderli tutti e accompagnarli alla morte, seppero, quanto alla Sanfelice, "aver la Giunta mandato buon numero di medici primari e chirurgi ed una levatrice, per osservare la signora Molines, e consultarono essere gravida di mesi tre in quattro. Sicch cess per lei l'assistenza e fu tolta dopo qualche tempo dal criminale dove ritrovavasi". La preda di quel giorno furono soli i due Pignatelli, il Rotondo, l'Astore e il De Meo; il Genzano e il D'Agnese, trovati privi di sensi e quasi moribondi, furono rimandati al giorno seguente.
Questa pretesa gravidanza fece anche pi vivi nella citt l'interesse e la curiosit per la Sanfelice. In generale, si giudic subito che si trattasse di un pretesto e di uno stratagemma, ond'erano stati, forse, pietosi consiglieri gli stessi Bianchi. I medici, per compassione e pel ribrezzo di collaborare col carnefice, avevano attestato tutto quello che s'era voluto. E i ministri della Giunta, pur sospettando la verit, non avevano potuto scartar via senz'altro gli attestati dei medici.
Fiutava l'inganno il feroce giudice Speciale, come appare da questo aneddoto, che la tradizione ci ha serbato. Don Antonio Villari, uno dei pi autorevoli medici napoletani di allora, noto non meno per la sua arguzia che per la sua dottrina e valentia, e ch'era stato tra i periti chiamati dalla Giunta, era anche il medico dello Speciale. E costui, la prima volta che lo rivide e per un bel pezzo dopo, non cess di motteggiarlo per la dichiarazione fatta della realt della gravidanza. Senonch il Villari, ch'era un brav'uomo, senza entrare in discussioni, rispondeva gravemente: che "egli e i suoi colleghi non altro avevano detto se non quello che ad essi era paruto vero". Pi tardi, quando l'inesistenza della gravidanza fu comprovata dal fatto, lo Speciale, incontrato il Villari, e venendogli incontro premurosamente, "col suo accento siciliano, e con un tuono in cui sentivasi la soddisfazione e il sarcasmo", gli disse: "Don Antonio, avete visto: la Sanfelice non  poi gravida: io avevo ragione!". Ma il Villari di rimando, con aria di confidenza: "Sentite, consigliere; se c' persona, che meriti la forca, siete voi. Pure, vedete, se voi foste condannato a morte e diceste d'essere gravido, io l'attesterei!".(283)
Per qualche tempo, la sventurata ebbe un po' di pace.(284) Pi volte si rinnovarono le voci che stesse per eseguirsi la sentenza; ma non avevano fondamento. Il 14 novembre nota il Marinelli: "Si parla della giustizia della Sanfelice e Bass, e non  stato vero niente".(285) Il 15, in un altro diario: "La Luisa Molina Sanfelice sar eseguita, perch o non  pi gravida o  abortita". Il 20 novembre si parla invece, anche pi infondatamente, di una grazia fatta dal re: "Non pi si mette in dubbio la grazia di Sua Maest fatta a quei dieci condannati a morte che si disse: fra questi sento vi sia la Molines, Conforti, Ruggi Ferdinando, Lentini e Doria". Ma il 22 novembre poi: "La grazia si mette in dubbio, e la voce si crede nata dall'esser venuta la risposta alla relazione della Giunta con una formola diversa dalla solita; onde gli avvocati rifecero istanze per meglio assicurarsi". Ai 25 novembre: "Si dice giunta conferma per gli altri; ma non per Ruggi, Doria e Molines, andati con nota separata".(286) Proprio non si poteva credere che il re non avrebbe fatto grazia. Ma il 7 dicembre si esegu la giustizia per Doria e Ruggi; e, quanto a Luisa Sanfelice, si aspettava.(287)
La sorte fu pi benigna a Vincenzo Cuoco e a Ferdinando Ferri. La loro causa fu in certo modo separata da quella della Sanfelice. E che codesto riuscisse pel Ferri, ch'era rimasto nell'ombra, s'intende; ma pel Cuoco, nominato anch'esso dal Monitore designato espressamente dal re, intenderlo  pi difficile.(288) Forse l'esser detto nel Monitore che era la Sanfelice che invitava a nominare anche il Cuoco, dov rendere pi agevole agli avvocati la dimostrazione che il pericoloso onore della menzione era gratuito e immeritato;(289) o piuttosto, l'odio che s'era attirata la donna, causa prima della scoperta, colpiva in grado minore il Cuoco, causa seconda, in quei processi nei quali la passione regolava le sentenze. Quel ch' certo, egli se la cav con la semplice deportazione; e nella Filiazione dei rei di Stato condannati dalla Suprema Giunta e dai visitatori generali in vita ed a tempo ad essere asportati dai Reali Domini, a pagina 84, si legge la seguente nota: "Vincenzo Coco di Civita Campomarano, provincia di Lucera, figlio di Michelangelo, d'anni 28, statura piedi 5, pulgate 3, linee 2, capello castagno, fronte giusta, ciglio castagno chiaro, occhi cervoni, naso giusto, faccia un po' lunga, barba folta con un piccolo neo sotto l'occhio sinistro, una cicatrice sotto l'occhio destro". Come, a pagina 31, c' quella di Ferdinando Ferri, che fu imbarcato per Marsiglia il 28 aprile 1800:(290) "Ferdinando Ferri, di anni 32, figlio del qu. Filippo e Rufina de Marfazzis, capelli e ciglio castagno oscuro, naso lungo, viso rotondo, occhi bianchi, statura piedi 5, e 3 linee". - Gettati su terra straniera, lasciavano a Napoli, in un carcere, colla condanna di morte sospesa sul capo, quella donna che l'opera e il consiglio loro avevano condotta fatalmente ai piedi del patibolo.
...
.
...
Paragrafo 5.
...
.
...
Il compimento della vendetta.
...
.
...
La Sanfelice stette per pi mesi, tenuta in osservazione, nelle carceri della Vicaria. Nella Nota dei sussidi somministrati ai presi di stato detenuti nella Gran Corte della Vicaria del mese di gennaio 1800 il suo nome  segnato con quelli di varie altre donne, Francesca Buonocore, Maria Pizzoli, Maria Teresa Arezzo, Pietra Battiloro, per le quali si pagavano quattro carlini al giorno.(291) Di tanto in tanto si disponeva che le fosse passata una visita medica;(292) ma la gente l'aveva quasi dimenticata, sicura che quella sospensione provvisoria della morte s'era mutata, o si sarebbe certo mutata, in una grazia definitiva. Francesco Lomonaco, che scriveva allora il suo Rapporto al cittadino Carnot compilando il catalogo delle vittime borboniche, tra i nomi di coloro cui era stata commutata la condanna di morte nell'altra alla fossa della Favignana, metteva, senza pi, quello di "Luisa Sanfelice".
Il 18 marzo 1800, col medico Gennaro Arcucci, si chiudeva la sanguinosa serie delle esecuzioni capitali politiche. Nel maggio era promulgato dal re un generale indulto per tutti quelli, pei quali non si avevano inquisizioni aperte; eccettuati i nominati espressamente, che non erano, a dir vero, pochi di numero. Subito dopo, furono tolti dalla piazza del Mercato il palco e la forca, che, per circa un anno, orrido spettacolo, erano stati l stabilmente eretti e affaticati in un continuo lavoro.(293) Qualche mese prima, il cardinal Ruffo, andato a Venezia pel conclave, aveva ceduto il posto al nuovo vicer del Regno, il principe del Cassaro, siciliano, "uomo splendido, saggio, e, quanto i tempi comportavano, pietoso".(294)
La gravidanza della Sanfelice sarebbe dovuta finire, il pi tardi, nel marzo o nell'aprile. L'Ulloa dice che nel febbraio si sparse la voce che ella aveva dato alla luce una bambina; bench di questa bambina (soggiunge) non si abbia traccia nei libri parrocchiali, n fosse nota agli altri figliuoli della Sanfelice.(295) La verit  che il parto accaduto fu una diceria, fra le tante. In una notizia manoscritta del 1800 trovo che la sentenza di morte si sarebbe voluta eseguire prima dell'indulto di maggio; ma i medici, dopo una nuova visita, ratificarono la gravidanza,(296) che diventava ormai cos inverisimile da lasciar facilmente indovinare la congiura del buon cuore, che s'era stretta in Napoli a favore della sventurata donna.
Tutti infatti si andavano sempre pi confermando e rassicurando nell'idea che la condanna non sarebbe stata altrimenti eseguita. Non solo la colpa e la responsabilit della Sanfelice si giudicavano pi che dubbie; non solo si era fuori ormai dal furore della prima reazione; ma ella era gi entrata in cappella due volte, e una consuetudine del regno "ragionevolmente voleva, che chi avesse una volta sofferto la cappella, aver dovesse la grazia della vita. Non ha sofferta, infatti, la pena della morte colui che, per ventiquattr'ore, l'ha veduta inevitabile ed imminente?".(297) - Cos sembrava; ma non era cos.
I Baccher, nella reazione borbonica, erano stati largamente rimunerati e godevano, come pu ben immaginarsi, ogni favore presso la corte: tanto che moltissimi, come suol accadere, anche affatto estranei, facevano ressa, desiderosi di passare per loro complici.(298) A Vincenzo de Gasaro Baccher, padre dei due uccisi, il 28 gennaio 1800 il re, "informato pienamente dei fedeli, lodevoli e segnalati servigi", da lui resi alla real corona "nelle passate sciagure di Napoli, delle gravi perdite sofferte in tale incontro e dei disagi recati dai sedicenti repubblicani" a lui e a tutta la sua famiglia, "perch persone tutte manifestamente devote al real trono", per attestato del suo pieno sovrano gradimento assegnava l'annua rendita di ducati duemilacinquecento in tanti terreni prossimi a Napoli per s e pei suoi eredi e successori legittimi; e il 5 febbraio gli concedeva anche la croce costantiniana di grazia.(299) Altri favori e largizioni ebbero gli altri della famiglia e i loro complici: "i congiurati con Baccher, con Tanfano, col Cristallaro" (dice il Colletta) "scacciarono da ogni uffizio numero grande d'impiegati antichi".(300)
Ma i Baccher erano rimasti profondamente feriti e inferociti per la fucilazione dei due figliuoli e fratelli, e per gli strazi durati e i pericoli a stento scampati; e l'odio o la stizza verso colei, che era stata cagione delle loro sventure, li accecava. Il perdono, questa volta non solo nobile ma giusto, non trovava adito nel loro animo di fanatici reazionari, personalmente offesi. E furono essi che risvegliarono l'ira, forse intiepidita e certo dimentica, di re Ferdinando. Risulta da numerose e concordi testimonianze che, vedendo la vittima aspettata sfuggire al sacrificio, il vecchio Vincenzo Baccher si rec a Palermo a chiedere giustizia al re. I suoi pianti, le sue querele, l'abilit con la quale seppe mostrare che a Napoli avevano deluso i suoi regali ordini col mettere in campo una gravidanza che non era mai esistita, scossero Ferdinando, che si determin a dare piena soddisfazione al cuore addolorato del fedele realista, a far rispettare nel tempo stesso la sua autorit compromessa, e a compiere ci che, nelle sue parole, si chiamava giustizia.(301) Tali sentimenti del re sono confessati da tutti gli storici borbonici; e anzi uno dei parecchi che scrissero in confutazione delle storie del Colletta, adopera questa bella frase, che fa onore al difeso e al difensore: il re (egli dice) doveva essere, in questo caso, inesorabile, perch doveva punire "per s e pei Baccher".(302)
Si era nel luglio del 1800, e il re dispose che la Sanfelice fosse trasferita da Napoli a Palermo col primo bastimento in partenza per farla visitare da medici di sua fiducia. Scrive, fra i tanti, il Marinelli: "La Sanfelice, che scovr la congiura dei signori Baccher, e che fu posta due volte in cappella, e che per esser gravida non fu decollata, questa Sanfelice, ben custodita e guardata a vista dentro un bastimento, in questo mese  stata trasportata a Palermo. Il re, che la voleva morta, cos ha voluto per farla giudicare in Palermo, e per vedere se era gravida".(303)
Giunta a Palermo, fu accertato quello che tutti sapevano. La gravidanza non esisteva. E Ferdinando, verificato l'inganno, dette ordine che la sventurata fosse subito ricondotta a Napoli e senz'altro giustiziata.
Ma sopravvenne un fatto che doveva aggiungere un'altra tinta nera al quadro gi cos fosco. La principessa ereditaria Maria Clementina dette alla luce, il 26 agosto, un bambino maschio, l'aspettato erede del trono.(304) Per l'occasione di quel parto, si era concertato tra le donne della famiglia reale (e pare che al concerto non fosse estranea la regina Carolina) di chiedere al re, in luogo delle tre grazie solite a concedersi alla puerpera, una sola: la grazia della povera Sanfelice. Il Colletta ci ha descritto la scena che segu nella camera della principessa. "Un foglio contenente la supplica di lei (della Sanfelice) e le preghiere della principessa fu posto tra le fasce dell'infante, cos che il re lo vedesse; e difatti, quando egli and a visitare la nuora, ed allegro e ridente teneva sulle braccia il bambino, lodandone la belt e la robustezza, vide il foglio e domand che fosse: ' grazia (disse la nuora) che io chiedo: ed una sola grazia, non tre; tanto desidero di ottenerla dal cuor benigno di Vostra Maest'. Ed egli, sorridendo sempre: 'Per chi pregate?' 'Per la misera Sanfelice...' - e diceva, ma la voce fu tronca dal piglio austero del re, che, mirandola biecamente, depose, o quasi per furia gett l'infante sulle coltri materne, e senza dir motto, usc dalla stanza, n per molti giorni vi torn".(305)
Il primo settembre giungeva a Napoli il "pacchetto" di Palermo, portante nel fondo della nave Luisa Sanfelice incatenata. E tra i dispacci che lo stesso legno recava al luogotenente e capitano generale del regno di Napoli, principe del Cassaro, ce n'erano due: uno che annunziava il fausto avvenimento della nascita del principe ereditario con le congiunte disposizioni per le luminarie della citt e gli altri festeggiamenti d'occasione; l'altro, che diceva testualmente cos:
"Ecc.mo Sig.re. Avendo rilevato il Re dall'annessa relazione de' Periti Fisici di questa Capitale che la rea di Stato gi condannata Luisa Molines Sanfelice non sia affatto gravida, ha ordinato che sia cost rimandata, rigorosamente riguardata e custodita, e che abbia il suo corso la giustizia. Nel Real Nome la Real Segreteria di Stato Giustizia e Grazia lo comunica a V. S. Ill.ma per l'uso che risulta. - PARISI".(306)
Napoli fu illuminata; e nella gioia "universale", come si dice sempre in simiglianti occasioni, un cronista not solo un certo rammarico, provato dai fedeli napoletani, che l'erede del trono fosse nato fuori della capitale, nella rivale Palermo.(307)
Ma il giorno stesso si spargeva, dapprima non creduta, la notizia orrenda del ritorno della Sanfelice su quella stessa nave, per essere giustiziata. "S' inteso, con orrore generale, che collo stesso pacchetto che ha portato la fausta notizia, sia tornata donna Luisa Molines Sanfelice, ferrata di mani e piedi, per eseguirsi la sentenza di morte contro lei pronunziata un anno circa fa, giacch, visitata in Palermo, s' trovata non essere gravida".(308) E nel giorni seguenti: "Ancora non si sa (scrive il diarista) se la Molina Sanfelice debba o no morire: tutto il mondo la vorrebbe salva". Solo i nemici del governo si compiacevano di far rilevare la ferocia sovrana, e raccontavano della grazia chiesta vanamente dalla principessa ereditaria: io credo ci (continua il diarista) "un'invenzione di chi ami far rilevare la crudelt di tal caso, se mai segue".(309)
Ma quell'efferatezza e quella stoltezza seguirono veramente. Passati gli otto giorni dei festeggiamenti, il 9 settembre il Villamarina faceva ufficio al canonico Puoti per l'assistenza religiosa della condannata. Il 10 settembre, Luisa Sanfelice entrava la terza, e ormai ultima volta, nel confortatorio.
E alle ore dieci del giorno dopo, 11 settembre, la sventurata usc dal torrione del Carmine, e fu menata alla piazza del Mercato. La commozione di tutti era grandissima. "Impietosito il popolo (scrive il Colletta) al triste fato di bella giovine donna, chiara di sangue e di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli stenti, rea di amore o per amore, e solamente dell'aver serbata la citt dalle stragi e dagli incendi". "Ognuno la compiangeva (dice un manoscritto del tempo), considerando le sue vicende, e la sua morte quasi a sangue freddo".(310)
Una scena selvaggia coron questi ultimi istanti del feroce martirio. La Luisa, circondata e sorretta dai fratelli dei Bianchi, sal sul palco. E si facevano gli estremi preparativi, e le infami mani del carnefice l'acconciavano sotto il taglio della scure, quando un soldato, di quelli che assistevano all'esecuzione, lasci sfuggire accidentalmente un colpo di fucile. Il carnefice, spaurito e gi sospettoso di qualche tumulto, a questo si turb e lasci cadere in fretta la scure sulle spalle della vittima: sicch poi, tra le grida d'indignazione del popolo, fu costretto a troncarle la testa con un coltello.
Quelle povere membra, che avevano finito di soffrire, vennero sepolte nella prossima chiesa di Santa Maria del Carmine.(311)
E il buon diarista, che tante notizie ci ha fornito per questa narrazione, la sera annotava, inorridendo, nel suo Diario: "SI  POSTO IL SUGGELLO ALLA BARBARIE E VENDETTA COLLA ESECUZIONE DELLA MOLINO SANFELICE".
...
.
...
ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI.
...
.
...
Paragrafo 1.
...
.
...
Gli altri attori dell'episodio della Sanfelice e dei Baccher.
...
.
...
Di Andrea Sanfelice, durante tutto il tempo dell'apoteosi repubblicana, della prigionia, del processo, della morte di sua moglie, non si trova cenno. Scrivendo alla figliuola di lui Emmanuela, che si lamentava della trasformazione cui era stata sottomessa la figura del padre nel romanzo La Sanfelice, Alessandro Dumas diceva: "Au milieu de toutes les sanglantes excutions de '99, il reste aussi compltement inaperu que ce fameux Vatia, dont la tour s'lve au bord du lac Fusaro et dont S'nque disait: "O Vatia, solus scis vivere!" Son ple fantme n'est anim ni par la haine ni par la vengeance. Le seul reflet qu'il reoive des amours adultres de sa femme et de Ferry (sic), n'est pas mme un reflet sanglant; et, dans ce cas, vous le savez, quand on n'est point le don Guttire de Calderon, on est le George Dandin de Molire....".
Si potrebbe, difatti, quasi supporre che fosse morto; ma purtroppo di lui come ancora vivo si trovano notizie nei documenti dell'Archivio, che attestano il suo crescente abbrutimento. Qualche mese dopo l'orrida morte della sua sventurata moglie, egli viveva in una vile locanda (la Croce d'oro, nel vico Sergente Maggiore) in compagnia di una meretrice d'infima qualit, che si proponeva sposare. La suocera otteneva nell'agosto del 1801 che gli si rimettesse un curatore, gli s'inibisse di contrarre matrimonio e fosse mandato in un convento. Due anni dopo (gennaio 1803), egli dirigeva ancora una supplica al re, "qualmente ritrovandosi vedovo, e non potendosi contenere nello stato di celibato essendo ancora di fresca et, cos per consiglio dei suoi savi ha risoluto di ricasarsi", e "volendo togliere ogni occasione di peccato e di scandalo coi suoi passaggieri attaccamenti", chiedeva che gli si permettesse di sposare una donzella di civile condizione, della quale indicava il nome e le qualit (lascio nell'oscurit la vittima prescelta). Ma lo stesso anno fu colpito da apoplessia, e lo vediamo firmare le ricevute dei suoi assegni e le suppliche, non pi con la sua bella calligrafia d'imbecille, ma con una grossa scrittura tremolante. Mor il 15 novembre 1808.
Camilla Salinero, che fu in tutto questo tempo la vigile tutrice dei giovani nipoti, viveva ancora nel 1813; e nel decennio francese le fu assegnata una pensione di tredici ducati e grana cinque al mese.(312)
Dei figliuoli della Sanfelice, Gennaro(313) si legge ascritto col padre nel Libro d'oro, spos una Ciullini, "visse a s, non ad altri, mal noto", come dice l'Ulloa,(314) ed ebbe alcuni figliuoli maschi, che morirono bambini, e una femmina, Clotilde, morta dopo il 1850. Maria Giuseppa pass la sua vita pigionante in var conventi, ultimo Sant'Antonio di Costantinopoli, e mor poco oltre il 1844. Emmanuela (nata nel 1784), dopo essere stata anch'essa per un pezzo in non so quale conservatorio, spos nel 1813 il medico e naturalista Luigi Petagna (1779-1832), che, frequentando il conservatorio, se n'era invaghito. Rimasta vedova, visse ancora molti anni e mor vecchissima, nel 1870, lasciando tre figliuole e un maschio.
Quanto ai Baccher, Vincenzo, ricolmo d'onori sotto i Borboni, quando venne a Napoli Giuseppe Bonaparte, o rinnovasse gli antichi tentativi o pel suo passato fosse sospetto, nelle rigorose misure di polizia di quel tempo fu mandato prigione a Fenestrelle, dove stette circa dieci anni: tornato in patria per gli avvenimenti del 1815, vi mor vecchio di ottantacinque anni, il 10 aprile 1818. - Don Placido, ispirato dalla visione avuta, s'infervor sempre pi nelle sue idee religiose, e, tre anni dopo il '99, vestiva l'abito ecclesiastico. Nel decennio, rimasto in Napoli, mentre i due suoi fratelli militari erano col re in Sicilia, acquist gran potere sul popolo. "Imperava sulla plebe dei bassi rioni, riputato era santo per costumi e povert. Tuonava dal pergamo e per le vie in vernacolo, e non solo esortava, ma minacciava, atterriva. La sua voce valea pi delle armi. Gran prodigi, dei quali fui pi volte spettatore". Cos di lui racconta l'Ulloa, parlando dei giorni tormentosi, tra la sconfitta di Murat e la seconda restaurazione borbonica.(315) Fu poi rettore popolarissimo della chiesa del Ges Vecchio di Napoli, dove costru un presepe con personaggi in grandezza naturale, che si conosce ancora a Napoli col nome di "Presepe di don Placido". Mal visto dai liberali, di lui fa il seguente ritratto il Settembrini, nella celebre Protesta del Popolo delle due Sicilie: " in Napoli un prete a nome don Placido Baccher.... focoso agitatore delle donnicciuole e del pi feccioso popolazzo. Apre la sua chiesa quattr'ore prima di giorno l'inverno, per fare, come si dice, udir la messa ai servitori ed agli artigiani. A quell'ora, in tutte le pi lontane parti della citt, le bizzocche ragunansi a truppa, non ispaventate da rigor di stagione, illuminate da lanternoni, fiancheggiate da religiosi amatori, e vanno alla chiesa in processione stridendo e cantando litanie e rosario. E nella chiesa non vedi gente cattolica, ma sozzamente idolatra. Cade talvolta un po' di cera da' moccoli che sono innanzi la Vergine: a quel rumore il popolo grida miracolo, don Placido ripete miracolo: e od un gridare, un piangere, un picchiar di petto. In questo fervore esce un clerico con la borsa per la cerca; e don Placido dal pulpito tuona e dice: "Fate bene alla chiesa, e lasciate i poveri: ch Ges Cristo dice che i poveri li avete sempre con voi, ma la chiesa non l'avete sempre con voi". Nel venerd santo si pone sull'altare un'immagine del crocifisso, la quale alle parole di don Placido dimena il capo e fa vista di agonizzare e morire. Nella festa dell'Ascensione vedi un'altra immagine di Ges tirata da funi fin sotto la cima della cupola, dove poi vien nascosta da certi imbratti che paion nuvole. E queste cose son fatte tra le strida furiose della plebe e di don Placido, il quale sul pulpito mugisce, piange, si percuote, batte le mani e i piedi, e si dimena come un invasato. Queste profanazioni, che paiono brutte e scandalose anche a taluni non ottimi preti, han fatto acquistare a don Placido la particolare protezione del re e della regina madre, i quali spesso vanno a visitar quella chiesa, e lo credono un santo, un uomo di Dio; ed  bello di vedere come il prete ed il re s'inchinino scambievolmente e si bacino l'un l'altro le mani, e l'un dice all'altro che lo raccomandi a Dio". Mor nel 1851, e sta ora sotto processo di santit; del quale  compiuta e depositata in Roma l'informazione, sicch si aspetta solo (dicono i postulatori della sua causa, nella Vita, che ne hanno dato alle stampe) che, "oltre le grazie fatte, egli faccia ora anche qualche miracolo, per dichiararlo santo".(316) - Camillo Baccher, divenuto generale, visse fino al 1866.(317) La sorella, Rosa Baccher Ghio, fu nonna di quel generale borbonico Ghio, che era in Calabria nel 1860, nell'infelice tentativo di difesa contro Garibaldi.
Sorte pi strana tocc al Ferri, del quale il Colletta non sa pi altro, tantoch scrive: "Il giovane Ferri era morto in guerra o fuggito in Francia".(318) Ma il Ferri, dopo essere stato otto mesi in carcere, e due anni circa (dal 24 aprile 1800 fino al dicembre 1801) in esilio a Marsiglia, a Genova, a Livorno, a Firenze e finalmente a Roma, torn a Napoli. Il "disappunto" avuto lo indusse a pensieri di vita privata. Nel 1806, durante la seconda occupazione francese, "viveva tranquillo e ravveduto nella sua famiglia e patria"; e, offertagli dal ministro dell'interno Miot l'intendenza di Bari, dapprima rifiut, ma accett poi la sottintendenza di Pozzuoli, ufficio che tenne per undici anni. Alla restaurazione, nel 1817 fu nominato consigliere della Corte dei conti, creata in quell'anno stesso; dove nel 1828 fu avvocato generale, nel 1832 vice-presidente, e nel 1839 presidente in capo: aveva sposato fin dal 1824 la signora Chiara de Penalver. Nel 1841 (3 aprile) accett, repugnante, da Ferdinando II il ministero delle finanze, succedendo al marchese D'Andrea; ma, vecchio e desideroso di quiete, offerse pi volte le dimissioni, le quali non furono accettate se non nel novembre del 1847, quando, accennandosi tempi burrascosi, si pens di surrogargli Giustino Fortunato. Mor dieci anni dopo, nel 1857, novantenne.(319)
Vincenzo Cuoco, come si sa, dopo aver passato qualche tempo in Francia, in conseguenza della vittoria di Marengo torn in Italia, fermandosi in Lombardia. Nel 1801 pubblicava la prima edizione del famoso Saggio storico; nel 1805, il Platone in Italia. Nel 1806 torn in patria, ricondottovi dalla conquista francese, e fu del Sacro Regio Consiglio, poi pass nella Suprema corte di cassazione e divenne consigliere di Stato. Ma nel 1815, al ritorno dei Borboni, cominci a dare segni di follia; e il male crebbe sempre pi, finch la sua ragione s'estinse del tutto. Ricordo d'aver letto, in qualche parte, che, avendogli il principe ereditario domandato una copia del Saggio storico, egli ne fu cos vivamente colpito, che di di volta. Ma  una storiella d'origine borbonica; e la sua pazzia fu piuttosto effetto, come so per tradizione, di eccessive fatiche intellettuali. Pazzo, in un cattivo momento, bruci molti suoi manoscritti, dov'era inedita, tra l'altro, la seconda parte del Platone. Una mia vecchia prozia, un po' sua parente, mi raccontava di ricordarselo in quel misero stato, che montava in furia, quando alcuno inconsideratamente chiamava ad alta voce, lui presente, il suo servitore, di nome "Ferdinando". Mor il 13 dicembre 1823, di cinquantatr anni, nella casa dei marchesi De Attellis alla salita Tarsia. - La vita e le opere di quest'uomo insigne non hanno trovato ancora uno studioso di proposito. Il Manzoni, che lo conobbe durante la sua giovinezza a Milano, ne aveva un altissimo concetto. I suoi scritti non mostrano (diceva) se non una piccola parte del vivacissimo ingegno, che sfavillava in tutti i suoi discorsi.(320)
Il nome e la memoria di Luisa Sanfelice entravano, intanto, come in una vita superiore. Alla compassione vivissima, che fu quasi l'unico sentimento che per lei provarono i contemporanei, lo scorrere del tempo aggiunse un'aureola di poesia. La Storia del Colletta, dove per la prima volta furono narrate con qualche particolare e con splendore di stile le sue vicende, dette loro quella popolarit, che solo le pagine celebri dei libri celebri conferiscono. Il Colletta, per altro, della Sanfelice aveva fatto solamente una donna colpita da tragico destino. Ma gi Gaetano Rodin scriveva, poco dopo il 1840: "Possa l'eroico nome della Sanfelice fecondare in seno a ogni madre la sacra fiamma di libert, che, trasfusa nei figli, mai non si estingua!". La trasformazione della sventura nella gloria apparve netta e compiuta, quando il suo nome cadde in bala degli scrittori di propaganda politica, e dei romanzieri e drammaturgi.
Delle parecchie opere d'arte tentate intorno a lei, ricorderemo i drammi di Davide Levi (Emma Lyonna o i martiri di Napoli, stampato la prima volta nel 1852 e "rappresentato con sommo entusiasmo al teatro Carignano e replicato sempre con splendido successo su var teatri d'Italia"), quello di Paolo Giacometti, col titolo di Luigia Sanfelice, un popolare racconto del Mastriani, e specialmente il lungo romanzo di Alessandro Dumas, diviso in due parti: la Sanfelice (ed. del Calman Lvy, 1884, 4 voll.), ed Emma Lyonna (ivi, 5 voll.), che fu inserito dapprima dal 1863 al 1865 nelle appendici del giornale l'Indipendente, che il Dumas dirigeva in Napoli. Il genere  quello degli altri pi famosi romanzi storici del Dumas (Les trois mousquetaires, Vingt ans aprs, ecc.) le invenzioni romanzesche sono le solite di quello scrittore; personaggi, tutto d'un pezzo, tutto virt, tutto eroismo, tutto ferocia, tutto astuzia, parlano e operano con la coscienza continua della parte che debbono rappresentare; la forma del racconto  facile e vivace, come usava quell'esperto narratore e drammaturgo. Nell'insieme, il romanzo offre un'attraente esposizione drammatizzata, esagerata nei colori, ma, presa all'ingrosso, storica, della rivoluzione napoletana del 1799, per la quale il Dumas aveva una viva predilezione. La considerava un po' come storia di famiglia: suo padre, il general Dumas, fu di quei francesi, che nel 1799, tornando infermi dall'Egitto (c'era tra essi il geologo Dolomieu), vennero sbalzati sopra una costa napoletana, a Taranto, e ritenuti prigionieri e maltrattati per quasi due anni, fino alla pace di Firenze; tanto che il general Dumas ne usc incapace di servire e, cos lui come il Dolomieu, morirono qualche anno dopo per effetto degli stenti sofferti. Le parole, con le quali il romanzo si chiude, mostrano che l'autore vi lavor con alta intenzione: "J'ai lv ce monument  la gloire du patriotisme napolitain et  la honte de la tirannie bourbonienne. - Impartial comme la justice, qu'il soit durable comme l'airain!".(321)
Anche la pittura moderna ha trattato moltissime volte il tema della Sanfelice; e mi basti citare le due simpatiche tele del pittore napoletano, Gioacchino Toma, specialmente quella ispirata al racconto del Colletta, che ritrae la Sanfelice in prigione. In una squallida stanza, dalle grosse e ruvide mura, su cui piove una luce grigiastra, Luisa Sanfelice, poveramente vestita, smunta nel volto gentile, con le mani che paiono animate dalla sofferenza, cuce le vesti di quel bambino che, nascendo, doveva segnare l'ultima ora della vita di sua madre.
Per effetto di queste opere letterarie ed artistiche, si , in certo senso, avverato ci che Alessandro Dumas scriveva, nella lettera che ho gi citata, alla figliuola della Sanfelice; la quale, come si  visto, si doleva della falsificazione del carattere e dei casi di suo padre e di sua madre nel romanzo. - Io (spiegava il Dumas) ho voluto idealizzare "les deux personnages principaux de mon livre"; ho voluto "qu'on reconnt Luisa Molina, mais comme on reconnaissait dans l'antiquit les desses, qui apparaissent aux mortels, c'est  dire,  travers un nuage". Quanto a Salvato Palmeri (l'amante di Luisa, nel romanzo),  una sostituzione, che ho voluto fare, al personaggio "peu sympatique de Ferdinand Ferry (sic), volontaire de la mort (sic) en 1799 et ministre de Ferdinand en 1848 (sic). Ferdinand Ferry, par malheur, n'tait point un hros de roman, et peut-tre cet amour immodr que lui portait la chevalire San-Felice, et qui lui fit trahir le secret  elle confi par le malheureux Bacher, et t assez invraisemblable pour nuire  l'intrt presque original, que je voulais conserver  cet amour; car, il me semble,  moi, qu'crivant cette douloureuse et sympatique histoire, je devais faire de l'hroine, non seulement une martyre, mais encore une sainte". Quanto al cavalier Sanfelice, s'egli  nel mio romanzo pi ricco d'anni,  anche (aggiungeva l'implacabile Dumas) pi ricco di virt. "J'en ai fait non pas un mari cruel ou ridicule, j'en ai fait un pre devou". - "Et dans l'avenir, madame (egli conchiudeva), dans cet avenir, qui est le vritable, et probablement le seul Elyse, o revivent les Didons et le Virgiles, les Francisques et les Dante, les Hermin et les Tasse, quand quelque voyageur demandera: - Qu'est-que c'est que la Sanfelice? - au lieu de s'adresser, comme moi,  quelqu'un de sa famille, qui rpondrait comme il m'a t repondu,  moi: "Ne me parlez pas de cette femme, j'en ai honte!;(322) on ouvrira mon livre, et, par bonheur pour la renomme de cette famille, l'histoire sera oublie, et c'est le roman, qui sera devenu de l'histoire".(323)
...
.
...
Paragrafo 2.
...
.
...
Su Luisa de Molino, Andrea Sanfelice e le loro famiglie.
...
.
...
Per le notizie intorno ai Sanfelice di Lauriano, ai De Molino e ai Salinero, si vedano, oltre i processi che citiamo, i documenti matrimoniali esistenti nell'Archivio arcivescovile (e pubblicati per esteso nella 1a ediz. di questo lavoro, nn. 1, 2, 3, pp. 109-110). Si veda anche una lettera diretta dalla figliuola della Sanfelice, Emmanuela, in data 27 agosto 1864, al direttore dell'Indipendente, per correggere alcune affermazioni del Dumas nel suo romanzo sulla Sanfelice, pubblicato in quel giornale. La lettera, e la risposta del Dumas, sono ristampate in appendice all'edizione francese del romanzo Emma Lyonna, seconda parte della Sanfelice (Parigi, Calman Lvy, 1884), V, 315-322.
Per don Pedro de Molino, il suo foglio di servizio si legge nel Libro de vita et moribus que contiene los servicios, mritos y dems circumstancias de los oficiales, cadetes y sargentos del Regimiento Infanteria de la Reyna por todo 31 Diciembre de 1767, Archivio di Stato, fascio 157 di questa categoria. Cfr. anche i Conti delle Piazze e Castelli, anni 1773-1780, fasci 139-141. Un processetto compilato da lui per un incidente occorso tra l'ambasciatore di Francia e la guardia del teatro dei Fiorentini, con sua relazione in lingua spagnuola, in data 29 luglio 1777,  in Carte Teatri, fascio 21, Arch. di Stato. Il D'AYALA dice che mor l'anno 1800 in Casapulla (Vite, p. 556). La data del matrimonio con la Salinero  nel D'AYALA, Vite, p. 556. Anche i Salinero dovevano essere una famiglia di militari: cfr. pel comandante Salinieri (sic), ch'era a Messina, le lettere del Ruffo in Arch. stor. nap., VIII, 79.
La data di nascita della Sanfelice fu errata dall'Ulloa, Annotamenti, p. 154, e dal Conforti, Napoli nel 1799, 1a ediz., pp. 250-1, che tolsero in iscambio quella di due sorelle gemelle di lei, che morirono forse bambine. Il Conforti rettific nella 2a ediz., stampando per esteso la esatta fede di nascita da me indicata, p. 270.
Per contrarre il matrimonio ci fu bisogno di una regia dispensa per la consanguineit di terzo grado, ch'era tra i due sposi. - Nell'Archivio notarile ho visto i capitoli matrimoniali, rogati il 6 settembre 1781 per notar Donato Cervelli, dai quali risulta che la Luisa port di dote seimila ducati e che Andrea le fece una contraddote. Ai capitoli  alligata la nota del corredo: "camice d'Olanda e mezza Olanda, sinali, falzoletti (sic) pel collo, idem di colore pel naso, abito di nobilt color capelli della Regina, abito di azzurro color cremisi, di verde inglese, di raso color ceraso, ecc., cinque polonese (di nobilt, scin, buccaro, ecc.), cantoscini di pilone pulce, di ormesino, ecc., smaniglia d'ambra incastrata in oro con granatiglie, due mostre d'oro, l'una alla francese, l'altra a due casse, ecc. ecc." (Scheda di notar Cervelli, 1781, fol. 991 e sgg.).
Delle lettere della Sanfelice al Petrucci parecchie erano in mano del D'Ayala, il quale fece dono di alcune di esse a collezionisti di autografi. Una si trova nella Biblioteca Vallicelliana, in data 21 aprile 1787; e fu pubblicata dal Celani nel Fanfulla della domenica (a. X, n. 49); un'altra, dello stesso tenore, era posseduta da Cesare Dalbono, e ora da Salvatore di Giacomo; una terza, in data 10 aprile 1787,  nella Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma nella collezione del Risorgimento Italiano. Una supplica dei due coniugi con le loro firme autografe  nella Biblioteca della Societ storica napoletana, Miscell. XXI, A. 2.
Tutta la storia dei loro dissesti  stata da me ricostruita sul voluminoso incartamento di processi dell'Archivio di Stato, ufficio di Giustizia, Pandetta corrente, fascio solo, n. 217.
Alcune carte dello stesso genere, ma di altra provenienza, ebbe tra mano il D'Ayala, come appare da ci che dice nella sua opera, pp. 558-9. [Si serbano ora nella Biblioteca della Societ storica napoletana, XIV, B. 6, e vanno dal 13 marzo 1787 al 16 aprile 1797].
Sul Conservatorio di Montecorvino, alcuni particolari nella prima edizione, pp. 10-11.
Il riassunto della domanda del giugno 1793, citato nella nota 1 a p. 119, mi fu comunicato dall'amico signor Cesare Morisani, che l'aveva copiato all'Archivio di Stato, dimenticando di segnare la filza delle carte in cui l'aveva rinvenuto.
Sui ritratti di Luisa Sanfelice, si veda il recente Catalogo della mostra di ricordi storici nel Mezzogiorno d'Italia, compilato dal Di Giacomo (Napoli, a cura del Comitato, 1912), pp. 55-65, che ne tratta ampiamente e ne riproduce uno, che ha qualche autenticit.
...
.
...
Paragrafo 3.
...
.
...
Sulle circostanze della scoperta della congiura.
...
.
...
Alla notissima narrazione del COLLETTA (Storia, V, 8, 28) forma riscontro la seguente di un anonimo contemporaneo, nella citata Cronachetta, ms. nella Bibl. Naz. di Napoli (busta IX, A. 34): "Siccome si trovava il figlio (di Vincenzo Baccher) Gennarino Baccher, amico della moglie del cav. Andrea Sanfelice, gli diede il giorno un cartellino di assicurazione, e la dama se lo pose in petto; ed essendo anche amico della signora A (manca) Colon, soldato della Guardia Nazionale del battaglione (manca), ed, andato a trovarla, gli rattrov in petto questo cartellino d'assicurazione, e, domandato che cosa era esso, gli disse il fatto; dopo inteso il fatto, gli disse: "e bene, o vai tu a denunziare, oppure ci vado io, e tu sarai rea"; si fece persuadere, e ci andarono assieme al Governo provvisorio, ed il Governo subito ordin a (manca) che avesse carcerato Baccher e figli....".
La differenza tra le due versioni  nella motivazione psicologica. Il Colletta attribuisce alla Sanfelice l'incauto ma generoso sentimento di voler piuttosto salvare il suo amante che s medesima, s da dare a costui il cartellino ricevuto per la propria salvezza. Ma l'anonimo cronista non conosce questi eroismi: la Sanfelice il bigliettino lo tenne per s; non che darlo all'amante, fu questi che glielo "trov in petto" (sic); non che ricusar la denunzia e tacere il nome del Baccher, si lasci muovere dalla minaccia dell'altro amante: "o vai tu a denunziare, oppure ci vado io e tu sarai rea"; e insieme si recarono al Governo. Ma che bisogni dar fede piuttosto alla narrazione del Colletta che a quella del volgare cronista, risulta dal ritrovare la prima interpetrazione in altri scrittori precedenti al Colletta o da lui indipendenti.
Cos nella Gazette national ou Moniteur universel, n. 230 del 20 fiorile, e 235 del 25 fiorile, anno VII, si trovano due corrispondenze da Napoli del 16 e del 21 germile, che narrano il fatto, e che parzialmente si contraddicono. La prima dice semplicemente che una giovinetta, avendo saputo della congiura dal suo amante, il quale era dei congiurati, l'aveva rivelata al Governo. La seconda, che la figlia di Baccher dette il cartellino di salvamento a un giovane amato, che, non avendo potuto avere da lei la soluzione dell'enimma, lo port al Governo provvisorio.(324) Qui, "tutto al contrario l'istoria converti", riconnettendola con l'altra versione: fu il figlio del Baccher, che dette il cartellino a una giovane donna, da lui amata, occasione questa dipoi della scoperta. Sono i due momenti dello stesso fatto, raccontati l'uno staccato dall'altro, e con qualche imprecisione.
Cos ancora lo Stendhal, che viaggi nel 1816 e 1817 per l'Italia e nel 1817 pubblic la prima edizione del suo diario di viaggio: Rome, Naples et Florence (ne ho sott'occhio la terza edizione del 1826), vale a dire quando quasi nessuna delle versioni precedenti era stampata o nota, e il Colletta, il Sacchinelli e gli altri non avevano ancora scritto, sotto la data di Pstum 30 avril 1817, dice che il suo "compagnon de voyage, l'aimable T***, qui compte des parents dans les deux partis et n'avait que quinze ans en 1799", gli raccont var fatti di quell'anno terribile. E tra gli altri: "Parmi tant de victimes, la mort de la charmante San-Felice excita un intret particulier. Pendant la courte dure de la rpublique, se trouvant un soir dans une socit de gens de la cour, elle apprit que deux jours aprs les frres Bacri (sic) devaient organiser un soulvement de lazzaroni et gorger les officiers d'un certain poste de la garde nationale. L'amant de la San-Felice faisait partie de ce poste. Au moment o il allait s'y rendre, elle se jeta  ses pieds pour le retenir chez elle. 'S'il y a du danger (dit l'amant), c'est une raison de plus pour que je n'abandonne pas mes camarades'. Il obtint de l'amour de son amie la rvlation du complot...".(325) Per quante inesattezze ci possano essere nei particolari, il motivo fondamentale  qui lo stesso che appare nella versione del Colletta.
Molte altre versioni riferii ed esaminai nella prima edizione del mio scritto; ma la maggior parte di esse sono assai vaghe, come quelle del Monitore napoletano (n. 19, 24 germile, 13 aprile), del Diario napoletano e del CUOCO (Saggio,  XLIX); o confermano senz'altro il Colletta, come quelle del SACCHINELLI (Mem. stor. della vita del card. Ruffo, Napoli, 1836, pp. 201-2), e del RODIN (Racconti, in Arch. stor. Napol., VI, 477-8), dal quale assai probabilmente derivano; ovvero discordano da tutte le altre, come quelle del NARDINI (Mm., p. 140 sgg.), che vuole la congiura scoperta per mezzo della cameriera dei Baccher, che era stata prima cameriera della Sanfelice, e del Pahl (Storia della rep. parten., trad. Maresca, pp. 111-13), che la dice scoperta per la presa di una barca peschereccia, che portava lettere dei congiurati al Troubridge; o, infine, come quella del Dumas (I Borboni di Napoli, III, 122-5), non si sa donde derivi, se da una tradizione pi o meno credibile da lui raccolta a Napoli, o non piuttosto da un suo "arrangement", fatto per la purificazione dell'aneddoto.(326)
Quanto al nome dell'amante preferito, nulla si pu cavare dalla Cronachetta, che ci presenta un vero geroglifico su quel nome, ch' per met lasciato in bianco. A me pare che quella Cronachetta sia una copia, tratta da un originale di cui il copista non riusciva sempre a decifrare la scrittura.
Il Ferri  nominato per primo dal Colletta:(327) il quale dice "Ferri", senza nessun'intenzione, mostra d'ignorare che cosa di lui fosse poi divenuto, e in ogni caso, quando scriveva la sua storia, il Ferri non era salito ancora, da antico repubblicano, ad alto ministro borbonico. Il Colletta non ignorava di certo Vincenzo Cuoco, e il non averlo nominato si pu considerare come un averlo escluso. Vi sono, pel Ferri, altre testimonianze, bench, secondo me, di non molto peso. Il Sacchinelli dice "che non debbo nominare". Evidentemente alludeva al Ferri, allora ancor vivo, anzi in auge, e del cui intrigo erotico-repubblicano gli pareva, nel 1836, di dover tacere, per delicatezza e indulgenza verso un convertito. Ma il Sacchinelli dov prendere il nome, come il resto del racconto, dal Colletta, e di suo non metterci altro che la reticenza. Egualmente il Rodin nomina il Ferri, anzi "Ferdinando" Ferri, e aggiunge qualche determinazione che farebbe credere di saper esso quel fatto e quel nome anche di scienza propria: "cui la singolar bellezza fu sempre sorgente di somma fortuna". Ma anche il Rodin tenne presente il Colletta; e sul particolare della bellezza, il Ferri era persona assai nota, e, quando scriveva il Rodin, ministro delle finanze di Ferdinando II. ( vero che quelli che lo conobbero, me lo descrivevano bruttissimo; ma lo conobbero vecchio, e, come dice il proverbio latino: corruptio optumi pexuma). Il Ferri stesso infine (scrive il Parisi) afferm mai sempre, finch visse, d'essere stato l'amante della Sanfelice. Ma (si risponde) poteva entrarci la vanit, di passare per l'amante di una donna, gi divenuta un nome storico e un personaggio romanzesco.
Quanto al Cuoco, il nome di lui  restato nella tradizione, ed  dato dall'Ulloa e da una notizia ms. della raccolta Belmonte, dove l'errore del Colletta nel nominare il Ferri, invece del Cuoco,  rilevato due volte. Senonch, par certo che questa tradizione sia stata tutta mossa dall'affermazione del Monitore napoletano, della quale ho accennato nel testo il probabile carattere, inclinando in questo punto alla supposizione del Conforti (op. cit., p. 248), che anche il Cuoco ci avesse parte, ma in altra qualit.(328)
...
.
...
Paragrafo 4.
...
.
...
Sui Baccher fucilati e i superstiti.
...
.
...
a)
Notizia manoscritta del principe di Belmonte.
Angelo Granito
.... La mattina di questo stesso giorno, 13 giugno, erano stati avvisati i Bianchi di portarsi nel Castello Nuovo per confortare i fratelli Baccher, i quali dovevano essere giudicati ed eseguiti nello stesso giorno. Prima quindi che si tirasse il cannone d'allarme, mio zio Silvestro Granito si era condotto nel Castello a buon'ora la mattina. Stavano nel Castello Nuovo alcune persone conosciute pel loro attaccamento al Re, le quali erano state col condotte dai repubblicani all'avvicinarsi del cardinal Ruffo a Napoli; e li tenevano come ostaggi, quasich la corte e il cardinale, per salvare la vita di costoro, avrebbero meno incredulito contro i repubblicani, che fossero capitati nelle sue mani. Fra questi vi era monsignore De Iorio, canonico dell'arcivescovato e membro del tribunale misto, ed il suo fratello Michele de Iorio caporuota del tribunale di commercio, ed era molto ben veduto da Acton. Ora costoro, vedendo venire i Bianchi, ebbero gran timore che non fosse per essi, che volessero fucilargli.
I Baccher furono fucilati nel cortile interno del castello detto santa Barbara, nel quale si entra per l'arco di Alfonso d'Aragona; e, siccome non vi erano soldati di linea per fucilargli, furono fucilati dalla guardia nazionale.
...
.
...
b)
Nota mortuaria
Il Conforti ha pubblicato la nota della confraternita dei Bianchi sulla fucilazione dei Baccher (op. cit., pp. 252-3). Ecco la nota del Registro parrocchiale di Santa Barbara, edita dall'amico Ludovico de la Ville sur-Yllon nel suo articolo La chiesa di santa Barbara in Castelnuovo, in Napoli nobilissima, rivista di topogr. ed arte napol., vol. II, 1893, p. 173:
"A 13 Giugno 1799. Natale d'Angelo, di anni 46 circa, tintore del Serraglio, marito di Maria Reviello, munito del Sacramento della Penitenza e SS. Viatico, morto fucilato e sepolto in questa R. Chiesa alle ore 23 circa.
D. Gennaro de Casero Baccher, Uffiziale della Real Contatoria di Marina, figlio di D. Vincenzo, d'anni 32 circa, munito dei SS. Sacramenti, morto fucilato e sepolto in q.a R. Chiesa alle ore 23 circa.
D. Gerardo de Casero Baccher, Tenente del Reggimento Cavalleria Moliterni, e Quartier mastro, figlio di D. Vincenzo, d'anni 30 circa, munito dei SS. Sacramenti, morto fucilato e sepolto in questa Chiesa.
D. Ferdinando La Rossa, figlio del fu D. Giuseppe, d'anni 30 circa, Uffiziale del Banco di S. Eligio, munito dei SS. Sacramenti, morto fucilato e sep. in q.a Chiesa.
D. Giovanni La Rossa, figlio del fu D. Giuseppe, d'anni 26 circa, soprannumero del Banco di S. Eligio, munito dei SS. Sacramenti, morto fucilato e seppellito in q.a R. Chiesa".
Sulla sepoltura, cfr. D'Ayala, Napoli militare, p. 263.
...
.
...
c)
Lettera di una sorella dei Baccher
Esiste nella Biblioteca di S. Martino, carteggio del medico Cotugno, tomo quinto.  una relazione in cui la Baccher descrive i malanni di cui soffriva; ed io ne traggo i seguenti brani storici:
".... Terminati soli mesi otto di gravidanza, entrati nella Capitale di Napoli li maledetti francesi, fui assalita da timori e apprensioni di animo, che mi fecero sopraggiungere giornalieri continui dolori....
Dopo soli giorni quindici dal parto, essendo sopraggiunta la disgrazia al mio caro padre ed a tutta la famiglia di essere assassinata da perfidi ed arrabbiati giacobini, e posti tutti in orridi criminali, colla giornaliera minaccia della generale fucilazione; per obbligo e per dovere, senza badare alla cura, alla salute ed a pericoli; non meno soffrendo maltrattamenti, sevizie e timori soprannaturali, girai e caminai notte e giorno per tutti l'infami tribunali mesi due e mezzo circa....
Nel fatale giorno dei 13 giugno 1799 che furono fucilati li due cari miei fratelli maggiori, con altri tre compagni, e si era decretato di far morire nella notte il mio caro padre, li restanti fratelli, con tutti li compagni carcerati ed esterminare ancora tutte e due le nostre intiere desolate famiglie fino alli gatti: e sopraffatta da timori e tremori....
In questa critica posizione ricorro alla carit e dottrina dell'ottimo signor don Domenico Cotugno, vero liberatore e nume delli suddetti pessimi mali, vivamente supplicando la sua caritativa bont e scienza di prescrivermi una cura radicale e salutare. Prevenendo il suddetto signore che sguito lattare la povera bambina di mesi diciotto, la quale, non ostante tutte le sud.te disgrazie e malori, si porta bene, per miracolo di Dio, della Vergine santissima, dell'angelo Raffaele, di sant'Antonio da Padova e san Giuda Taddeo, miei caritatevoli protettori.
La mia et  di anni ventotto non ancora compiuti; sono di gracile complessione, ed ho fatto sei figli, due dei quali sono nel Paradiso ed altri quattro vivono di ottima salute".
...
.
...
d)
Grazie a D. Vincenzo de Gasaro Baccher
Informato pienamente il Re dei fedeli, lodevoli e segnalati servizi che V. S. Ill.ma ha reso alla Reale Corona nelle passate sciagure di Napoli, delle gravi perdite sofferte in tale rincontro e dei disagi recati dai sedicenti republicani a lei e all'intiera sua famiglia, perch persone tutte manifestamente devote al R.l Trono; e volendo S. M. darle perci un chiaro attestato del pieno suo sovrano gradimento, si  degnato comandare, e vuole, che in compenso le si assegni l'annua rendita di ducati duemila e quattrocento in tanti terreni, prossimi a quella capitale, con dichiarazione che questo assegnamento debba valere per se stessa, suoi eredi e successori legittimi. Nel R.l nome adunque, e con mio piacere, lo prevengo a V. S. Ill.ma per sua intelligenza e governo: aggiungendole di essersi gi passati gli ordini corrispondenti al Principe di Cassaro, perch ne disponga l'adempimento. Palazzo il d 28 gennaio 1800 - Il Principe de Luzzi.
Essendosi degnato il Re di concedere a V. S. Ill.ma la Croce Costantiniana di Grazia, in considerazione dei serviz resi alla R.l Corona nella passata Anarchia del Regno di Nap., nel R.l nome, e con mio piacere, lo partecipo a V. S. Ill.ma per sua intelligenza, e perch possi accudire nella R.l Segreteria dell'Ecclesiastico di mio carico per la spedizione del Diploma Magistrale. Palazzo il di 5 febbraio 1800 - Il Principe di Luzzi.
Aderendo il Re all'istanza di V. S. Ill.ma, si  degnato permettere ed ordinare, che se li assegnino i terreni, e molini siti nel territorio della Citt di Carinola, appartenenti a Monasteri soppressi per la concorrente quantit degli annui D.ti duemila e quattrocento, concessi a V. S. Ill.ma dalla M. S. in tanti terreni, per s, per i suoi eredi e successori con Sovrana Determinazione de' 28 gennaio 1800. La R.l Segreteria di Stato e Azienda lo partecipa a V. S. Ill.ma di Sovrano Comando, per sua intelligenza - Palazzo 18 gennaio 1802.
(Da copie comunicatemi dal sig. ing. Vincenzo Baccher).
...
.
...
e)
I fucilati durante la Repubblica
Nell'agosto del 1799 il re, avendo determinato "di usare generose sovrane beneficenze verso le benemerite famiglie delle persone che per la loro fedelt furono fucilate in tempo dell'infame sedicente governo repubblicano", ordinava al direttore di Polizia di formare l'elenco delle dette famiglie (Registro dei dispacci: 1798-99, p. 95, cfr. pp. 214, 267). Nel febbraio 1800, ottenuto l'elenco, provvedeva col seguente dispaccio: "Avendo il Re letta la nota rimessa da V. S. Ill.ma delle diverse persone, che nella passata anarchia furono fucilate nel Real Sito di Capodimonte, ed in questa capitale per la di loro fedelt, massime, ed attaccamento alla Real Corona, si  benignata in sguito S. M. di assegnare sopra li beni dei ribelli li seguenti mensuali sussidi alle rispettive famiglie di d.e persone fucilate, cio alla famiglia del fucilato Biase Liguoro ducati cinque, a quella di Aniello Seca carlini trenta, a quella di Natale Avolio ducati quattro, a quella di Raffaello Romano ducati quattro, a quella di Gennaro di Petrillo ducati quattro, a quella di Nunzio Raia ducati quattro, a quella di Santolo Schettino carlini trenta, a quella di Niccola Napolitano ducati quattro, a quella di Angelo Natale ducati sette, a quella di Saverio Grieco carlini trenta, a quella di Luigi Santagata ducati quattro, a quella di Antonio di Lieto carlini trenta, a quella di Francesco Vigliotta ducati quattro, a quella di Carlantonio Genovese carlini trenta, a quella di Giovanni di Jase ducati quattro, a quella di Carmine Ruggiero ducati sei, a quella di Crescenzio Lucarelli carlini trenta, a quella di Aniello Vecchione ducati quattro, a quella di Filippo Esposito ducati cinque, a quella di Raffaello Scognamiglio ducati quattro, a quella di Salvatore Acampa cinque ducati, a quella dei coniugi Gennaro di Mauro e Maddalena Seca e di Michele Errico ducati dieci per cadauno, e finalmente ducati otto alle rispettive famiglie di Gaetano Musella, di Nunzio Ippolito, di Carmine Graziaio, dei fratelli D. Ferdinando e D. Giovanni La Rossa e di Antonio Russo, escludendo S. M. da s fatti sussidi la famiglia di Gennaro Baccher ch' stata a parte dalla M. S. compensata. La R.l Segreteria di Giustizia di Sovrano Comando lo partecipa a V. S. Ill.ma per intelligenza delle rispettive famiglie di d.i fucilati: nella prevenzione di essersi dati gli ordini corrispondenti per lo canale della R.l Segreteria di Azienda per lo pagamento dei stabiliti mensuali sussidi da sopra li beni de' rebelli. - Emmanuele Parisi". (Registro dei dispacci: 1800. p. 73). - Anche i fratelli Ghio, generi del Baccher avanzavano domanda (ivi, p. 89). Nell'aprile, si provvedeva per sussidi alle famiglie degli uccisi Gennaro di Napoli, Ignazio Fasulo e Giuseppe Martucci detto "Sei Carlini" (ivi, p. 140).
...
.
...
Paragrafo 5.
...
.
...
Cronisti e storici.
...
.
...
a)
Diomede Marinelli.
...
Oltre che del Diario napol. [ora a stampa col nome dell'autore, Carlo de Nicola], ho fatto uso frequente in questo volume dei Giornali di Diomede Marinelli, ms. della Bibl. Nazion. [anche ora, per la parte che va dal 1794 al 1800, pubblicati dal Fiordelisi, Napoli, Marghieri, 1901]. Il Marinelli  stato, prima di me, largamente adoperato dal Fortunato, dal Conforti, e dal Parisi e da altri, ed  una delle fonti pi ricche per quel periodo di storia. Onde io credo che possa riuscire accetto l'offrire qui alcuni ragguagli, che ho raccolto sull'autore. Leggendo nei Giornali ch'egli era di Longano, scrissi a mio fratello, allora militare, in distaccamento ad Isernia, che facesse una passeggiata a Longano, ch' poco discosto, e mi sapesse poi dire se esisteva ancora la famiglia Marinelli, e qualche altra notizia, che, per avventura, poteva trovare. Copio da una sua lettera di alcuni anni fa (1887): - "In Longano (che, fra parentesi,  un vero porcile) il primo cui ho domandato se conoscesse qualcuno che aveva per cognome Marinelli, m'ha indicato un vecchio, piccolo proprietario, e il figlio, calzolaio, di questo cognome. Il calzolaio m'ha messo sulle tracce di suo padre. Questi, Luigi Marinelli, ebbe un po' di spavento nel vedermi, perch vive solo; ma poi s' fatto animo e m'ha detto quanto segue. Egli  il nipote di Diomede Marinelli, figlio del fratello Gaetano. Diomede aveva sei fratelli e tre sorelle: ed erano tutti figli di Lattanzio Marinelli. Il primo fratello era Angelo, Diomede era il secondo; seguivano Luigi, Gaetano, Vincenzo, Antonio e Raimondo. Angelo era prete, ma vestiva da laico; scrisse varie opere, di cui una, sulla Fisonomia dell'uomo, si conserva manoscritta presso l'arciprete di Longano [su Angelo Marinelli, si veda ora il Gentile, Il figlio di G. B. Vico, Napoli, 1905, pp. 121-134]. Degli altri fratelli, uno era anche medico, un altro anche prete, ecc. Diomede mor nel 1824. Il terzogenito, Luigi, nacque nel 1777, e, avendo il nipote sentito dire da suo padre che tra i fratelli c'erano due anni d'et di differenza, cos pu stabilirsi, con qualche approssimazione, l'anno della nascita di Diomede nel 1775. Costui abitava a San Carlo all'Arena, via Minutoli, con una donna, Gabriella Sebastiani, che non spos mai e da cui non ebbe figli. Visse quasi sempre a Napoli, e a Longano non si conservano suoi manoscritti. Ma se ne conservano invece a Valle di Prato presso un nipote della moglie di Luigi Marinelli, il quale, per avere la stessa professione, eredit i libri e le carte del fratello. Questi manoscritti non trattano di cose mediche, ma delle famiglie di Napoli, dice il nipote, che ne ha visto qualcuno. Il signor Luigi Marinelli  l'unico superstite della famiglia, ed ha due figli, uno in America, l'altro, ch' il detto calzolaio. - Sulla casa di Marinelli a Longano, che fu edificata da Lattanzio, e ora  divenuta una grotta, c' uno stemma, di cui ti mando un disegno senza pretensione artistica (tre stelle, quella di mezzo caudata, e tre fasce). Queste notizie m'ha saputo dire per ora, ed altre m'ha detto che potrebbe darmi in sguito, se ci pensasse un poco". - Forse quei volumi sulle Famiglie Napoletane sono un'altra parte della raccolta, di cui alla Biblioteca Nazionale non restano che i volumi X e XI.
...
.
...
b)
Pietro Colletta.
...
Essendo nato la prima volta questo scritto come un esame critico di un brano spesso contestato della Storia del Colletta, chiusi il mio opuscolo con le seguenti parole, nelle quali non ho nulla da correggere, essendomi anzi confermato sempre pi, per mia parte, nel giudizio sul valore storico del Colletta.
"Un corollario ancor per giunta; e il corollario  questo. Il Colletta  passato e passa ancora, nell'opinione generale, per uno scrittore poco esatto e, quel ch' peggio, di poca buonafede. Ora invece ogni studio particolare, che si pubblica sui fatti trattati nella sua storia (compresi i pochi esaminati di sopra), prova, se non sempre la sua esattezza (di quale storico si potrebbe pretendere codesto!), sempre la sua buona fede. Di che ho anch'io molti altri argomenti da esser persuaso, e son certo che, tra breve, riuscir agevolissima la seguente dimostrazione. Che, cio, il Colletta, nell'accingersi alla sua storia, si sent e si mise in disposizione di storico, alto, sereno, e, nel lavorarla, fece tutte le ricerche, che ai suoi tempi poteva fare, e non travis volontariamente la verit, come  provato invece che la travisassero spesso volontariamente i servitori borbonici (per chiamarli col titolo da essi ambito), che scrissero in opposizione di lui.".
Voglio qui aggiungere un giudizio che della storia allora pubblicata dava, in una sua lettera da Parigi del 7 novembre 1834 allo zio Raffaele, Alessandro Poerio. Questa lettera  stata pubblicata l'anno scorso dal sig. V. Pennetti, nel giornale letterario napoletano il Fortunio (a. VIII, n. 12, 30 marzo 1895):
" uscita in luce in Capolago in Isvizzera la Storia del regno di Napoli di Colletta, piena di bellissime cose e lodevole anche per lo stile, da lui con mirabile perseveranza imparato tardi e faticosamente: non gi che non vi sieno mende, ma  molto il calore, molto l'impeto, e spesso al nerbo s'accoppia l'eleganza.
"In quanto ai fatti non credo scrupolosa l'esattezza n mi sembra ben congegnato ed evidente il racconto, bench le narrazioni partitamente prese abbondino di particolari bellezze. Pertanto nelle cose pi antiche spettanti al regno di Carlo III, a' primi anni di quelli di Ferdinando, alla repubblica ed al decennio [che costituiscono i quattro quinti del libro], l'inesattezza od  minore od a me par tale, perch non conosco i fatti minutamente.
"Quando entra a parlare delle ultime vicende del nostro paese [i fatti del 20-1], gli fa velo all'intelletto ora sdegno, or affetto per taluni, nel che molti lo morderanno d'ingiusto e parziale.
"Io sono convinto ch'egli abbia sinceramente cercato il vero, ma non sempre trovato per amori ed od preconcetti, i quali egli medesimo sentiva, perch troppo radicati nell'animo. In pieno quest'opera fa grande onore alla sua memoria; e dove poi si consideri che il Colletta, vissuto sempre fra occupazioni militari ed amministrative, si diede tardi agli stud e scrisse questi volumi fra i tormenti di una lunga infermit di viscere, nessuno potr contrastargli acutissimo ingegno, laboriosa pazienza, forza di volont non comune".
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
I GIACOBINI NAPOLETANI PRIMA DEL 1799. NOTERELLE.
...
.
...
Le congiure napoletane precedenti il 1799 formarono argomento di un libro di Michele Rossi,(329) al quale mi compiaccio di essere stato tra i primi a rendere giustizia, riconoscendo l'ingegno storico che in esso si rivelava, e l'importanza dei risultati raggiunti.(330) L'autore ebbe la fortuna di scoprire un piccolo ma fruttifero gruppo di documenti superstiti della Gran Causa dei rei di stato del 1794; e su tali documenti, e sulle notizie spesso oscure, serbateci dai vecchi storici o cavate fuori da recenti eruditi, lavor con tanto acume da diffondere una nuova e viva luce su quegli avvenimenti. Le sue conclusioni resteranno, io credo, quasi in tutto definitive; quantunque si possa desiderare qua e l meglio determinato e colorito il quadro da lui maestrevolmente delineato. Gli appunti che seguono, cavati quasi tutti da rari libercoli, fogli volanti e giornali del tempo, debbono considerarsi come una piccola serie di aggiunte e di postille all'opera fondamentale del Rossi.
...
.
...
Paragrafo 1.
...
.
...
La Societ Patriottica.
...
.
...
Prendendo la narrazione del Rossi dal suo principio,  noto che l'agitazione rivoluzionaria cominci a Napoli da quando vennero nel golfo le navi francesi comandate dal Latouche. Molti napoletani si recarono a banchetto a bordo della nave ammiraglia; ed ivi sorse l'idea di una societ o club, sul genere di quelli di Marsiglia, che fu infatti, subito dopo, costituito in Napoli. Degli intervenuti il Rossi pu indicare con sicurezza due soli nomi: Carlo Lauberg e Giovanni Pecher. Dal libercolo pubblicato nel 1799 da Giuseppe Albarelli col titolo Il Decennio,(331) si ricava che un altro di quegli iniziatori fu l'abate e poeta Antonio Ierocades. L'Albarelli aveva composto un inno per l'uccisione del "Tiranno dei Goti", ossia di Gustavo di Svezia, accaduta allora per mano dell'Ankarstrom: "quest'inno" (egli dice) "fu cantato tante volte sull'armonica lira del gi savio Ierocades, nel vascello francese Languedoc, comandato dal cittadino Latouche".(332) Il Ierocades era massone come il Lauberg; e a riconferma dell'essere sorta la Societ patriottica napoletana sul tronco dell'antica massoneria del regno, si possono citare queste parole dell'Albarelli: "Chi pi di me era a giorno di tutti gl'intrighi patriottici di Napoli, ch'eran tanti derivati della grande unione massonica che un tempo esisteva in casa Naselli-Aragona?".(333) - Sulle relazioni dei congiurati col ministro francese Mackau, nello stesso libercolo  detto: "Il cittadino Laubert  vivo; egli pu contestare quanto io dico, e pu aggiungere che mi comunicava gran parte delle sue confidenze con quel ministro francese Mackau, cui presentommi anche una mattina, allorch nella camera della vedova Basseville ne prese egli a tradurre in italiano quel manifesto, che valse di smentita al bugiardo foglio ponteficio fatto nella tragica avventura dello stesso sventurato Basseville".(334)
Si sa per le notizie del Rossi come la Societ patriottica fosse formata e quali vicende attraversasse: dopo poco pi di un anno di vita, il 20 febbraio del '94, il Club centrale dette l'ordine dello scioglimento; del che pare fossero causa i dissensi sorti nel seno di essa, tra il partito dei pi moderati e quello dei rivoluzionari ardenti. Il certo  che alla Societ successero due Club, l'uno Romo (Repubblica o Morte), formato dai repubblicani, e l'altro Lomo (Libert o Morte), ch'era dei moderati, vagheggianti libere istituzioni anche con la monarchia: del primo fu capo l'orologiaio Andrea Vitaliani, e del secondo, Rocco Lentini. - Nel 1799 in un giornale gi menzionato, il Veditore, scritto da Gregorio Mattei e dal cittadino Althy,(335) si pubblicava un articolo del Mattei sulle "Congiure", nel quale si discorreva a voce alta della Societ Patriottica Napoletana. Eccone un brano da mettere a riscontro con la narrazione del Rossi:
I fervidi napoletani, impazienti di giogo, furono i primi in Italia a sentirsi mossi di una nobile emulazione; ma, mentre tendevano allo stesso fine, eran costretti dalla loro debolezza a battere un'altra strada: questa era quella delle congiure. Nell'autunno dell'anno 1792 (v. s.), fu inventata ed instituita la Societ Patriottica Napoletana dagli stessi nazionali, senza alcuna influenza di nazione straniera. Il piano dell'ordine della medesima era in sezioni, tutte riunite per mezzo di deputati, e questi anche divisi in altre sezioni, che andavano finalmente a terminare in un'adunanza centrale. Tali divisioni e suddivisioni furono imaginate per ottenerne la minima possibile responsabilit; giacch con questo metodo si otteneva che i congiurati non conoscessero che i pochi compagni d'ogni particolare sezione, ignorando quelli delle altre. Si  per convenuto dagl'inventori medesimi che questo piano fu la rovina di molti congiurati, perch mancava della forza delle grandi unioni o della sicurezza delle piccole. L'oggetto era di democratizzare gli spiriti, di aumentar il numero dei rivoluzionari, di conoscerne e bilanciarne il coraggio e i talenti, e tenerne in serbo un numero opportuno per i gran colpi. Verso il cominciare dell'anno 1794 (v.s.) si pens d'istituire un'adunanza rivoluzionaria, e siccome si era sparsa la voce che i Despoti colla famiglia volean ritirarsi in Vienna, cos si determin di disfarsi di loro; ma non si calcol che mancavan le forze sufficienti, giacch a quell'epoca i patrioti non eran pi di trecento.
Questo numero di trecento par che si riferisca solo all'adunanza rivoluzionaria o club rivoluzionario, ossia al club Romo. "Men di dugento", dice anche il Rodin, e quasi tutti giovani.(336) Assai pi esteso, e non di soli giovani inesperti, era stato il numero degli aderenti alla disciolta Societ patriottica.(337)
...
.
...
Paragrafo 2.
...
.
...
Le denuncie e il processo.
...
.
...
La congiura fu svelata da un tal Donato Froncillo, messo a parte del segreto per l'imprudenza di uno dei congiurati, Vincenzo Vitaliani. Il Froncillo era gi stato, prima del Rossi, menzionato dall'Arrighi nel suo Saggio ed appare nei documenti ufficiali; ma  curioso che la denuncia della congiura i patrioti attribuirono di solito ad altre persone. Il nome dello Henzeler, che mette innanzi il D'Ayala e sul quale il Rossi si mostra scettico, risale appunto al citato scritto di Gregorio Mattei: "Pietro Ezler, falegname (egli scrive), rec a Caterina de' Medici, allora marchesa di Santo Marco, l'accusa dell'indoratore Biancardi. Costei, che disponeva dell'animo di Carolina, fece autorizzare Luigi de' Medici di lei fratello, allora reggente della Gran Corte della Vicaria, ad indagar l'opra della Societ Patriottica.... Medici da qualche giorno prima gi conosceva il piano della societ, comunicatogli da un antico massone di sua aderenza, a cui Vincenzo Manna l'aveva svelato". Henzeler e il prete Patarini sono i soli che l'Albarelli ricordi: "in quel tempo l'infame Patarini ed i scellerati fratelli Hensell avvertirono il tiranno degli sforzi che faceva la patria, ecc.". - Dello Henzeler trovo anche menzione nel Diario napoletano sotto la data del 2 giugno '99: "L'ebanista Ensel, conosciuto per una spia e delatore del passato Governo, e quello che fu il primo a denunziare Medici, fu arrestato, nonostante l'essersi nascosto sotto di alcuni matarazzi di un letto ov'era una persona appostatamente coricata; ma, mentre calava per le scale, ebbe maniera di salvarsi per una scaletta, perch non avvertita da chi lo conduceva: il cognato, la moglie, e la sorella furono portati al corpo di guardia". - Non  facile dire perch il nome dello Henzeler sia ignoto ai documenti del processo, scoperti dal Rossi; ma probabilmente le sue rivelazioni vennero dopo quella del Froncillo, e non ebbero l'importanza fondamentale della prima: oltre di che il Froncillo, da libero cittadino, port la sua accusa contro i congiurati, ai quali era avverso; laddove lo Henzeler e il Patarini erano volgari spioni, semplici strumenti di polizia.
La Giunta di Stato, che giudic nel 1794 i rei della congiura, fu preceduta da una Giunta d'Inquisizione, composta dal Medici, dal Giaquinto e dal Porcinari. Sull'opera di questa Giunta, il Rossi non possiede nessun documento; ma io ne ho ritrovato uno in un foglio volante a stampa, conservato nella Biblioteca di San Martino, che  una Citatio per edictum ad videndum iuramentum in tortura, del 4 giugno 1794, e dovrebbe dunque, cronologicamente, prendere il primo posto nella serie degli altri ritrovati ed esaminati dal Rossi. Non ci dice molto di nuovo; ma  importante perch, non avendo il Rossi pubblicato testualmente i suoi documenti n chiaramente indicatane la provenienza,  stato espresso da taluno qualche dubbio sull'autenticit di essi: dubbio per me affatto infondato, e che a ogni modo la Citatio, della quale parlo, viene ad eliminare, fornendoci come un controllo delle sue affermazioni.
La citazione comincia: "De mandato subscriptorum Inquisitorum Status procedentium, in praesenti Causa vigore Regalium Rescriptorum de diebus 24 et 28 Martii, 11 et 24 Maij proximi elapsi, et tertia currentis mensis Junii et anni 1794, cum speciali delegatione".
Tralascio le altre formole. La sostanza  l'ordine di citare per edictum ad sonum tubae ecc., trentadue persone, accusate come complici e correi nella causa di lesa maest, a comparire il giorno 26 giugno alle ore 13 nel Palazzo della Vicaria e nella Camera della Corda secreta, ad videndum iuramentum in tortura, che sarebbe stato prestato da quattordici carcerati sponte confessis, loro accusatori. La citazione  firmata: Hyppolitus Porcinari, Aloysius de Medici, Joseph Giaquinto, Venceslaus Fiorillo actuarius.
I quattordici carcerati, sponte confessi ed accusatori, sono i seguenti: 1. Vincenzo Manna. 2. Domenico Manna. 3. Vincenzo Galiani. 4. Filippo Cangiano. 5. Pietro de Falco. 6. Francesco Solimena. 7. Ferdinando de Bellis. 8. Michele Martone. 9. Nicola de Jesu. 10. Luigi Polopoli. 11. Sacerdote D. Salvatore Cornacchia. 12. Gaetano Montalto. 13. Annibale Giordano. 14. Panfilo Ciuffelli.
I trentadue accusati sono: 1. Antonio Savarese. 2. Antonio Nardo. 3. Sacerdote D. Antonio Vitale alias S. Giovanni di Dio. 4. Antonio Cariello. 5. Carlo Antonio Gentile. 6. Diodato Siniscalchi. 7. Dionigi Pipino. 8. Francesco Pomarico. 9. Flaminio Massa.10. Filippo Lustri. 11. Francesco Rossi. 12. Giambattista Mazzarella. 13. Giuseppe Benchi. 14. Giuseppe Abbamonte. 15. Gaetano Sabini. 16. Geronimo Vaccaro. 17. Giovan Battista de Falco. 18. Luigi de Francesco. 19. Luigi Ginevra. 20. Matteo Galdi. 21. Michele Vaccaro. 22. Michele Benchi. 23. Giovanni Pecher. 24. Pasquale Brienti. 25. Sacerdote D. Raffaele Romano. 26. Abbate D. Raffaele Netti. 27. Salvatore Sirchio. 28. Stanislao Melchiorre. 29. Vincenzo Pastore. 30. Vincenzo Bianco. 31. Vincenzo Guigliotti. 32. Vito dell'Erba.(338)
I posteriori documenti che il Rossi ha avuto sott'occhio, ci fanno conoscere all'incirca gli stessi nomi di denunziatori e di accusati; ma importa fissare la data del 4 giugno 1794 come quella in cui tali risultati della inquisizione erano stati resi di pubblica ragione.
Qualche cosa di nuovo, per altro, ci dicono questi elenchi. I denunziatori dei quali il Rossi sa indicarci i nomi, sono dodici; il nostro catalogo ne d invece quattordici, e, poich in esso manca il nome del Del Giorno, indica tre nomi nuovi. Sono quelli di Michele Martone, Nicola de Jesu, Gaetano Montalto. Tutti e tre appartengono al numero dei trenta, pei quali il Fisco chiese la pena di morte; onde si vede come ben s'apponesse il Rossi nel congetturare che fra quei trenta dovessero cercarsi gli altri denunziatori, a lui rimasti ignoti.(339)
Quanto ai trentadue accusati, essi ricompaiono nei posteriori documenti visti dal Rossi, ossia nelle citazioni ad informandum del '94 e del '95, tutti, tranne due, Gennaro Vaccaro e Vincenzo Bianco, dei quali non si fa pi parola, o che fossero morti o per altra cagione.
La sentenza della Giunta di Stato del 3 ottobre 1794, con la quale termin la prima parte del processo, e che si trova pubblicata nel libro dell'Arrighi,  stata studiata dal Rossi con molta accuratezza.
Si potrebbe solo desiderare qualche maggiore notizia pei nomi di alcuni dei condannati. Cos Ferdinando Visconti, pel quale anche il Fisco chiese la pena di morte, e che fu condannato a dieci anni di deportazione nell'isola di Pantelleria,  quel generale Visconti, morto nel 1847, che ebbe poi una assai onorevole vita scientifica, e fu direttore del celebre Ufficio topografico militare di Napoli.(340)
Il denunziatore Pietro de Falco, medico, uno dei principali congiurati, che, godendo della promessa impunit, pur fu condannato a vita nell'isola di Tremiti, fin poi (era la sua vocazione) maggiore di gendarmeria.(341)
Sopra un altro degli accusati, Ferdinando Rodriguez, pel quale la sentenza del 8 ottobre ordin l'escarcerazione in forma, abbiamo qualche particolare nel libercolo dell'Albarelli. Il Rodriguez era stato tra i primi arrestati. "Manna e Del Giorno avevano avuto la debolezza di pubblicarlo interventore alle assemblee patriottiche, e nella cena rivoluzionaria in Posilipo:(342) ciocch formava un delitto capitale in persona di un militare in faccia al tiranno". L'Albarelli, per mezzo del militare toscano Cassini, fu condotto dal Rodriguez, e lo aiut a stendere la sua difesa; la quale ebbe buon effetto, perch un compagno del Rodriguez, Alessandro Begani (il prode generale difensore di Gaeta nel 1815) alter, d'accordo con l'Albarelli, i libri-giornali del corpo d'artiglieria, il che rese possibile di provare gli alibi. - Dovette il Rodriguez a questa imprudente rivelazione dell'Albarelli la sua condanna nel 1799? Il suo nome  nelle liste di coloro che furono "sfrattati" dal regno.(343)
L'Albarelli, oltre che al Rodriguez, fece da procuratore, nella Giunta di Stato, ai patrioti Oronzio de Donno e Severo Caputo, e ad Andrea de Litteriis, ch'era accusato dagli spioni Capozzoli e Paterini; e rese servigi a Francesco Bagni e a Luigi Cotti. - Ci vale a confermare la tesi del Rossi che, oltre gli avvocati ufficiosi della Giunta, i rei ebbero il beneficio della difesa fatta da Mario Pagano, poich vediamo che erano loro concessi speciali procuratori. E spiega altres perch il Pagano non sia menzionato nella sentenza, come non furono di certo menzionati i procuratori che prepararono le difese dei singoli accusati.
Anche la citazione ad convalidandum del marzo 1797, circa la quale c'informa il Rossi, dovette essere messa a stampa e affissa nei "luoghi soliti" della citt. Ma nessuna copia a stampa se ne conosce finora, ed  fortuna che la Societ Storica Napoletana ne abbia acquistata di recente una copia manoscritta, che si pu non senza giovamento raffrontare con quelle che ebbe presenti il Rossi, notandone le variet.
Anzitutto, la data della citazione che pel Rossi  l'8 marzo, nella nostra copia  il 5 dello stesso mese, e quella dell'editto d'indulto, che pel Rossi era il 5 maggio 1795, dalla nostra risulta essere stata il 15 maggio. I nomi dei denunzianti sono trentaquattro nell'elenco del Rossi e altrettanti nel nostro; quelli degli accusati, centotredici nel Rossi e centosei nel nostro, il che si spiega forse col fatto che si fecero citazioni suppletive, di cui solo una (dell'aprile)  ricordata nel nostro manoscritto. Un sol nome appare in pi nella nostra copia, quello di un "Gerardo Sabatini" (che forse sar Gerardo Sabini).(344) Ma la nostra copia ci d in forma diversa parecchi dei nomi indicati dal Rossi, spesso con errori, ma talvolta, forse, con maggiore esattezza.(345)
...
.
...
Paragrafo 3.
...
.
...
La lettera di Emmanuele de Deo.
...
.
...
Altro risultato delle indagini del Rossi  l'aver chiarito la ragione del diverso trattamento che, nella opinione dei contemporanei, ebbero le tre principali vittime di quel processo, i tre giovani giustiziati al largo del Castello: De Deo, Vitaliani e Galiani. Il Galiani fu tra i denunzianti, il Vitaliani per sua imprudenza fece scoprire la congiura: il solo De Deo si tenne saldo fra i tanti che piegarono, e rest esempio insigne di fede giurata e rimprovero ai suoi fiacchi compagni.
Se si volesse anche un'altra conferma di codesto giudizio dei contemporanei, si potrebbero citare le seguenti parole del gi ricordato articolo di Gregorio Mattei, scritto nel 1799:
Ombra grande dell'immortale De Deo, infelici ombre compagne di Vitaliani e Galiani, voi, che mentre io scrivo, mi fischiate all'orecchio, voi che sangue chiedete, voi che col sangue vostro segnaste il patto della futura nostra libert, voi cui l'ingrata patria non alz ancora n statue n mausolei, voi foste le prime vittime dell'ambizione di Medici. Ah! se la maggior parte de' vostri concittadini e de' compagni vostri hanno per lo timore ammutite le labra, vi  pure chi sprezza il coltello dei traditori, come sprezz il capestro dei Despoti; vi  chi ha giurato agli uccisori vostri un odio eterno, vi  chi domander altamente alla patria vendetta contro ai colpevoli, e onore alle vostre memorie.
Ci  stata serbata la lettera che Emmanuele de Deo scrisse a suo fratello, prima di andare al supplizio. Questa lettera si trova in una copia del tempo nella biblioteca di San Martino. Della sua autenticit non  da dubitare; e credo anzi di poter fare una plausibile congettura sul modo in cui essa  pervenuta in quella biblioteca. La lettera  tra le carte dei teatini: ora risulta dal registro dei Bianchi della giustizia che tra gli assistenti di quei condannati a morte c'era un padre teatino.(346) A costui forse fu affidata dal De Deo la lettera pel fratello; ed egli dov trarne copia per sua memoria. La lettera  stata pubblicata un paio di volte su pei giornali, e di nuovo in nota a un elogio pronunziato per l'inaugurazione del monumento, posto al De Deo nella sua citt natale.(347) Ma non so resistere al desiderio di raccogliere il nobile documento in questo volume, anche perch la stampa fattane presenta parecchie variet di forme, e vi  stata soppressa una frase caratteristica. Ecco, dunque, la lettera riprodotta fedelmente.(348)
Dalla Cappella della Vicaria; Venerd 17 ottobre 1794.
Mio caro Fratello, perch dirmi disgraziato? Perch attribuirmi questo nome? Se considerate la perdita d'un fratello, convengo con voi; ma se tale mi chiamate per il destino che seguo, caro fratello, v'ingannate.
Io la mia sorte l'invidiarei negli altri: ci vi basta per farvi comprendere la tranquillit dell'animo mio nell'abbracciare il decreto della suprema giunta, e del mio e vostro Sovrano.(349)
La morte reca orrore a chi non ha saputo ben vivere. Chi ha la coscienza senza rimorsi, gioisce in quel punto che i malfattori chiamerebbero terribile; e poi noi non siamo eterni, presto o tardi si muore; n la durata della vita dovete determinarla da replicati giri del Sole, un anno di vita di un uomo onesto e socievole uguaglia cento d'un Misantropo, d'un egoista; e pure il paragone mi sempra incompatibile: grazie al Reggitore del tutto.
Non v' persona che potesse credersi da me oltraggiata o lesa. Ho adempito alle mie obbligazioni verso chiunque aveva dritto di esigerle, e non mi sono giamai dimenticato di essere Cittadino ed uomo.
Se altri hanno offeso me, o almeno mi hanno defraudato di quella grata corrispondenza, che mi dovevano, io li perdono, e voi, caro fratello, perdonateli con me: un fratello nell'ultimo momento di sua vita ve lo chiede, n dal vostro sperimentato bel cuore attende il contrario.
Non giova pi parlarmi di grazia, il mio destino  certo, ed io l'attendo con intrepidezza e maschio coraggio, per farvi comprendere che non ha potuto indebolire il mio cuore per umiliarlo cos.
Vorrei avere il piacere in queste strettezze di tempo di parlarvi, a solo oggetto di non farvi pi affligere, per comunicarvi il mio ragionevole coraggio.
Consultate la ragione; calmate l'imaginazione, ed il mio fato non vi sembrer tanto funesto.
Ho a caro che partite per Minervino. Consolate l'afflitta mia Madre: nascondeteli in tutti i conti la mia sorte.
Se poi col tempo verr a scoprirla, come avverr, assicuratela che l'unico oggetto delle mie afflizioni in queste circostanze era il suo amore e quello delle mie amate Sorelle, che a voi raccomando di amare con duplicato affetto; unite ambi li amori e le cure verso di esse, giacch la mia disgrazia sopra di esse pi tosto piomber.
Baciate da mia parte pur anche le mani alla dolce ed amorosa mia Madre, e domandatele scusa di qualche mia involontaria mancanza.
Fate felicissimo viaggio, e ricordatevi sempre del vostro fratello, ma non del di lui destino.
Spetta a voi di ricombenzare (sic) il comune afflitto Padre di tutte le amarezze che io l'ho cagionate. Non trascurate d'ubbidirlo, compiacetelo in tutti i suoi voleri; son sicuro che non sarete per mancare a questo vostro dovere, e per mia memoria.
Caro Fratello,  inutile maggiormente diffondermi, sarebbe per pi eccitare la vostra sensibilit.
Vi accludo un biglietto alla cara Madre, che servir per deluderla: vi abbraccio, vi bacio e sono col cuore.
Al comun Padre ho scritto, ed ivi ho acclusa un'altra lettera per la Sig. Madre; me la ritirerei, ma per altro mezzo so che  andata al suo destino, quantunque non ancora vi sar pervenuta.
Vi taccio degli amici; essi, che mi amano, comprenderanno bene quel che su questo punto vorrei dirgli. Domani, prima che partirete, fatemi pervenire l'ultimo vostro biglietto e l'estremo Addio. Vi stringo di nuovo al cuore.
Vostro Fratello.
...
.
...
Paragrafo 4.
...
.
...
I Giacobini e la polizia.
...
.
...
Il libercolo dell'Albarelli ricorda parecchi altri giacobini napoletani di quegli anni: Feliciano Damiani, Niccola Pacifico, Andrea del Giudice, Clemente Filomarino, Ettore Carafa, Alessandro Begani, il principe di Torcila, i padri somaschi Michele Galli e Luigi Cotti, il padre olivetano Kiliano Caracciolo; e intorno ad alcuni di costoro narra qualche particolare.
Tra l'altro, ci dice i suoi timori, quando fu arrestato il Begani, che non mancasse di costanza e svelasse le loro relazioni. Ma il Begani seppe tacere; ed  noto che stette in carcere per parecchi anni, recandosi poi a Roma, dove fu accolto nello stato maggiore del generale Grabowski.(350)
Ci d anche notizia di una signora francese, protettrice dei giacobini napoletani. Era costei madama Laurent, ossia quella cittadina Laurent Prota, che abbiamo vista, nel Novantanove, oratrice di libert nella Sala di pubblica istruzione.(351) "Mi portai (scrive l'Albarelli) da Madama Laurent, chiedendole una commendatizia simile a quella che aveva fatta al cittadino Feliciano Damiani, il quale, per quanto ella mi aveva giorni prima confidato, a tal riguardo era stato fatto segretario del Comitato di salute pubblica in Parigi".(352)
Dall'Albarelli anche sappiamo, che le rivelazioni del Ierocades fecero arrestare il Monticelli. - A proposito di rivelazioni, il Rossi ha notato come tra i denunzianti del 1795 ci fosse Luigi Sementini, poi professore di chimica nell'Universit, figliuolo di Antonio, anche egregio professore di medicina. Sul padre e sul figlio si pu aggiungere qualche notizia. Leggo nel Diario napoletano, sotto la data del 28 marzo 1799: " stato privato della cattedra di fisiologia, ospedali e comunit il medico Antonio Sementini per imputazione di essere stato delatore del passato governo: la stessa sorte ha avuto l'altro medico Salvatore Ronchi". E sotto la data del 29: "I studenti di Sementini hanno fatto rumore nel Provvisorio perch siasi privato della cattedra ed ospedale un uomo che ha dato saggio dell'esser suo, per semplice imputazione di aver consigliato il figlio sotto la monarchia ad indultarsi". Il figliuolo, nel Novantanove, riusc a farsi accettare di nuovo dai patrioti, che aveva traditi; ma, come il lupo non cangia il vizio, noi abbiamo il racconto di Gaetano Rodin, il quale, conducendo una schiera di repubblicani al fatto d'armi di Ponticelli, al ritorno, finite le schioppettate, scorse "tra i cespugli di non remota siepe", uno dei suoi militi, "un giovane alto della persona e di belle sembianze tutto elegante ed azzimato, con lo schioppo in mano", - Luigi Sementini.(353)
L'accusa di spia fatta all'Albarelli traeva origine dalle sue relazioni con persone della polizia e della Giunta di Stato: le quali relazioni egli non nega, ma cerca di giustificare (e le sue giustificazioni non c'interessano), narrando un intreccio di curiose combinazioni. In tale racconto egli ci d modo di gettare uno sguardo sui personaggi della polizia alta e bassa, persecutori dei giacobini: il Pignatelli, il Vanni, e gi gi Giuseppe Castrone, Filippo Cancellieri, Pasquale de Simone, Pasquale Bosco, Siniscalchi e Scasascasa. Il ritratto del Bosco ci fa conoscere il tipo di un satellite di polizia entusiasta e disinteressato, qual era anche, per molti rispetti, il famigerato Vanni. "Pasquale Bosco era di un carattere originale, ricco per le sue rendite, ma povero perch spendea tutto per il tiranno; presentuoso di sapere specialmente il codice criminale, ed  di una ignoranza statuaria: vanaglorioso, insultante e poi adulatore vile al segno che fa schifo; insomma un ambizioso senza misura ed una balordaggine illimitata, con una lingua estremamente bugiarda che facea deridersi da tutti. Ad un uomo di tal sorta dava Pignatelli a rivedere i processi delle cause, che strappava da' tribunali collegiati, allorch questo ministro d'iniquit si cacci in testa di fondere Napoli nel crogiuolo dell'empiet sua". E bisognava sentire i discorsi di codesti eroi della polizia, nei conciliaboli ai quali l'Albarelli ebbe la poco bella fortuna di assistere, e vedere dove coloro riponessero il loro punto d'onore e la loro gloria. "Bosco diceva sovente che, se suo padre fosse stato vivo, egli lo avrebbe denunciato e carcerato. Si lodava un fratello che aveva denunciato l'altro. Chi si vantava di aver denunciato l'amico della scuola; chi si gloriava di aver fatto carcerare il maestro; chi il benefattore; chi di aver prima sedotto, e poi estorto danaro e tradito. Oh, cittadini sensibili! Voi, che sovente foste a parte della sensibilit della mia anima; voi soli potete comprendere il furioso ma vano irritamento mio!....".
...
.
...
Paragrafo 5.
...
.
...
Carlo Lauberg.
...
.
...
Grande  l'importanza di Carlo Lauberg, l'anima di tutto il movimento rivoluzionario napoletano, colui che pu ben dirsi "il primo cospiratore del moderno risorgimento italiano".(354) La ragione, per la quale il Lauberg  stato trascurato dagli storici,  ben additata dal Rossi: l'attenzione si  rivolta, quasi esclusivamente, a coloro che perirono sul patibolo. Lo stesso Rossi ha abbozzato del Lauberg una breve biografia, che suscita il desiderio di averne una compiuta: desiderio che difficilmente potr soddisfarsi a pieno se non si faranno ricerche negli archiv francesi. Ecco intanto alcune notizie in aggiunta o in rettifica di quel che ha raccolto il Rossi.
Il Lauberg (al dire di un G. d. F., che scrisse di lui nella Nouvelle biographie gnrale del Firmin Didot, compilando dal Dictionnaire des sciences mdicales e dalla Statistique des lettres et des sciences en France) sarebbe nato a Teano nel 1762 da un ufficiale francese; ma veramente il cognome genuino era "Lauberg" (e alla napoletana "Laubberg"), mutato nella forma francese di "Laubert" solo al tempo francese. Erronea  poi di certo la data di nascita del 1762, perch il Lauberg stesso, prendendo parte nel 1791 a un concorso, dichiarava di avere trentotto anni, ossia dov nascere nel 1753 o '52.(355) Valente chimico e seguace delle teorie del Lavoisier (c'informa il citato biografo), cerc nel 1788 di estrarre l'indaco col macerare le foglie della Isatis tinctoria, e nel 1789 procur di stabilire in Napoli una fabbrica di acido solforico.
Ma non era soltanto chimico, sibbene versato altres negli stud della meccanica e della matematica, nelle quali materie pubblic circa il 1789 una Memoria sull'unit dei princip della meccanica, dedicata a D. M. Leonessa dei principi di Sepino, maresciallo di campo e comandante della reale accademia militare di Napoli, collegio cui anche il Lauberg era appartenuto come insegnante; - e nel 1792 (Napoli, Giacci), due volumetti di Princip analitici delle matematiche, in collaborazione col valente geometra Annibale Giordano, insieme col quale egli aveva aperto uno studio privato.(356)
E non basta: il Lauberg si occup anche di filosofia, e due sue rarissime pubblicazioni sono state da me scoperte: una intitolata Riflessioni sulle operazioni dell'umano intendimento (Napoli, s. a., di pp. 116), che dovette venire in luce tra il 1786 e il 1789, e nella quale segue il sensismo, ma non senza qualche osservazione originale in teorie particolari;(357) e l'altra, in due volumi. Esame del fatalismo, edita nel 1791,(358) che  una traduzione dell'opera del Pluquet (1757).
Che egli fosse frate  detto da tutti; e nel Diario napoletano si afferma che era frate scolopio,(359) e il Drusco lo dice somasco, domiciliato nelle Scuole Pie alle Fosse del Grano.(360) Lo stesso Drusco informa che aveva uno studio privato nel Vico dei Giganti;(361) e il Diario citato ci riparla della scuola di chimica e di matematica, tenuta in comune da lui e dal Giordano.(362) Questa scuola, frequentata dal De Deo e da moltissimi giovani, produsse i primi giacobini di Napoli.
Secondo il biografo d'Ignazio Ciaia, il Lauberg fu denunciato da quello stesso prete Patarini, che denunci i Del Re, il De Deo, il Ciaia.(363) Gli fu fatta una perquisizione in casa, e furono portate via, come misteriosi documenti, le sue carte, piene di segni algebrici; ma egli riusc a nascondersi, e poi a fuggire. Al tempo della perquisizione e della fuga si riferisce la bella e affettuosa poesia a lui diretta da Ignazio Ciaia:
N cessi ancor di premere
Questo esecrato suolo?....
nella quale lo esorta, premurosamente, a mettersi in salvo:
Ah! pria che cada il fulmine
Sul capo a noi pi caro,
Eludi il mostro vigile,
Fuggi dal lido avaro....
La poesia termina con queste belle strofe:
Intanto, a pi dell'albero
Che un d piantammo insieme,
Dei nostri fidi, io, l'anima
Vado ad empir di speme,
E a scioglier vado i cantici
Sacri alla libert.
Ivi ti attendo, e prossima
Ne fia la bella aurora;
Ivi verrai: benefico
Steso avr i rami allora,
E allor l'intero popolo
All'ombra accoglier.
Assai avventurosa dovette essere la vita dell'esule Lauberg. Aveva svestito l'abito di frate, e si disse anche che avesse preso moglie. Non sappiamo i particolari della sua azione politica in quel periodo; ma possiamo immaginarne l'intensit da queste parole, scritte dalla Fonseca a proposito di un discorso che egli tenne nel '99. Il cittadino Laubert (ella dice) fece un discorso "pieno di quell'amore della Libert e della Patria, che tutta l'Europa in lui riconosce, e di quell'esperienza, che la gran parte ch'egli ha avuto nelle altre rivoluzioni, gli ha fatto acquistare".(364)
Torn a Napoli con l'esercito francese, vestendo la divisa militare; ma in realt (come abbiamo gi detto ed  attestato dal Diario napoletano(365) e dalle memorie del generale Thibault), da farmacista in capo dell'armata: ufficio ben adatto all'antico professore di chimica.
Il Rossi, non avendo tenuti presenti il Monitore napoletano e gli atti ufficiali della Repubblica, e affidandosi alle espressioni spesso intralciate ed equivoche del D'Ayala,  caduto in qualche inesattezza sull'ufficio che il Lauberg copr nel 1799. Il Lauberg fu dei venticinque del Provvisorio, istituito con decreto dello Championnet del 4 piovoso (23 gennaio), e che dur fino al 15 aprile, ossia fino a quando l'Abrial non gli sostitu le due Commissioni esecutiva e legislativa. Il Provvisorio elesse a suo presidente il Lauberg, nel quale ufficio sul finire del febbraio gli succedette il Ciaia, senza che per questo egli cessasse di essere uno dei componenti del detto governo, che anzi per qualche tempo ne fu segretario generale.(366)
Che destasse molti od,  vero; ed ecco alcuni brani di una cronaca contemporanea, che valgono per conferma: "18 marzo - Questa sera mi giunse notizia che sieno stati tolti dal Provvisorio, come estorsori, cinque rappresentanti, cio Laubert, Riario, Cestari, Rotondo, Fasulo; mi par mille anni domani per appurarlo". Era una diceria. Il 19 marzo, parlandosi della probabile soppressione di alcuni monasteri: "L'affare  stato rimesso a quel birbone di Laubert".
Il 22 marzo: "La grande cabala di taluni del Provvisorio, che vorrebbero erigersi in despoti e che ha per primo mobile il celebre Carlo Laubert, secondato da Bisceglie, Rotondo, Paribelli e qualche altro,  bilanciata dal partito dei buoni repubblicani, Mario Pagano, Ignazio Stile, Forges Davanzati. Questi si cooperano col Direttorio perch di l vengano le disposizioni, e stanno formando un partito di guardia civica dei sentimenti medesimi per bilanciare la potenza del partito d'opposizione".
Le circostanze del suo arresto sono assai oscure. Il 13 aprile: "Quest'oggi vi  stata la grande notizia dell'arresto del celebre rappresentante Laubert, che si dice consegnato vita per vita: sentiremo domani che si sa di preciso". Il 14 aprile, dopo aver dato notizia dell'abolizione del Provvisorio: "Sono stati esclusi Fasulo, Rotondo, Paribelli e Laubert per ora. Laubert usc ieri sera medesimo; non ancora si sa per ordine di chi fu arrestato. Si dice che fu risoluzione dei patrioti: si dice pure che sia gi partito da Napoli. Costui veramente non era il miglior soggetto del mondo. Basta dire che fu monaco sacerdote, ed ora  soldato ammogliato". Il 18 aprile: "Per la mozione fatta dal rappresentante Rossi (Russo) si  ordinato esporsi a sindicato tutti quei del Governo Provvisorio abolito, e si  arrestato il passaporto a quei che volessero uscire dal continente napoletano". - Quel che  certo, il Lauberg and via da Napoli.(367)
Da ci che precede par d'intendere, da una parte, che il Lauberg destasse opposizione pel suo carattere imperioso e per la rigidezza e il radicalismo delle sue idee, e dall'altra che sorgessero accuse contro di lui e di altri suoi compagni per dilapidazioni ed estorsioni.
Essendoci ignoto quel che s'agitava nell'interno del Governo Provvisorio, non possiamo dire niente di particolare sul primo punto. Quanto al secondo, si trattava certamente di una calunnia, ch'era aiutata dalla cattiva impressione che destava in Napoli questo frate sfratato in divisa militare. Il generale Thibault rende omaggio all'ingegno e al carattere del Lauberg: "non moins remarquable (egli dice) par sa capacit que pour son nergie et sa vertu stoique".(368)
E uno dei giornali napoletani d'allora, il Giornale Estemporaneo, nel suo numero del 1 fiorile (20 aprile, n. 4), non poteva trattenersi dallo scherzare sulle stupide voci sorte contro il Lauberg. "Il cittadino Laubert (diceva quel giornale)  partito da Napoli, portando seco tra mobili e stabili la somma di duecento e pi mila ducati secondo alcuni, e di quattro milioni secondo altri, senza contare un servizio di tavola di oro massiccio, un altro di porcellana, ed un'immensa quantit, di gioie. Gi le Gazzette italiane sono prevenute della strabocchevole fortuna del fuggitivo" ecc. ecc. Ma come mai (si domandava il giornalista) il Laubert ha ammassato tante ricchezze? Non c' altra spiegazione che questa: a sentir contare i danari dell'imposizione militare, quelle cifre gli debbono essere rimaste attaccate al cervello.(369)
Della sua vita posteriore gli scrittori napoletani non dicono altro; e solo qualcuno afferma che morisse poco dopo, combattendo in Vandea. Ma il vero  che dopo il '99 egli riprese il suo ufficio di farmacista nell'esercito francese, e nel 1808 fu promosso farmacista capo e segu in questa qualit la spedizione di Russia. Membro nel 1814 dell'Accademia reale di medicina, pubblic molti lavori scientifici, fu uno dei tre redattori dei Mmoires de mdicine, pharmacie et chimique militaire, scrisse articoli per il Dictionnaire des sciences mdicales, e compose il Codex pharmaceutique des hopitaux militaires. Interamente francesizzato, mor a Parigi il 5 novembre 1834, senza che pi avesse, a quel che sembra, parte alcuna nelle agitazioni politiche d'Italia. Quando egli mor, uno scolaro di Nicola Fergola (che, religiosissimo quale era e fedele ai Borboni, lo aborr sempre come "massimo scellerato"), diceva che per lettere giunte da Parigi aveva saputo "le circostanze, le smanie ohim della morte sua".(370) Insomma, se qualcuno si ricord di lui in Napoli, fu per esprimere l'orrore contro il frate sfratato, e per immaginarlo, nel punto della morte, in preda al "nero cherubino"!
...
.
...
Paragrafo 6.
...
.
...
Andrea Vitaliani.
...
.
...
Un'altra rivendicazione, iniziata dal Rossi,  quella dell'orologiaio Andrea Vitaliani, il quale, come tramatore di cospirazioni, prende posto subito dopo il Lauberg.
Anche Andrea Vitaliani riusc a scampare agli arresti del 1794, e fugg da Napoli, recandosi ai servigi del governo francese, che lo nomin addetto alla legazione di Genova. La parte ch'egli ebbe nella "democratizzazione" della Liguria,  nota.(371)
Due lettere di lui assai importanti si leggono nel libro del Saint-Albin sul generale Championnet: libro poco noto presso di noi, e in verit di quasi nessun valore, ma che contiene in appendice documenti importanti.(372) Una delle lettere  un disegno di sollevazione della Sicilia, che fu presentato personalmente dal Vitaliani al generale Joubert a Milano nel novembre del 1798, quando si era in attesa della guerra col re di Napoli. Il Vitaliani proponeva due modi: o impadronirsi della piazza di Messina, guadagnando alcuni ufficiali, e fare quindi seguire le sollevazioni popolari, ovvero promovere addirittura le sollevazioni in pi punti dell'isola. Lo Joubert incaric il Vitaliani di accompagnare lo Championnet e l'armata francese.
Allo Championnet, per l'appunto,  diretta la seconda lettera, da Roma, in data del 29 frimaio, ossia del 19 dicembre 1798, che forniva notizie circa le persone di cui si poteva disporre in Genova per le intelligenze con la Sicilia, e comunicava osservazioni raccolte nel viaggio. Quantunque entrambe le lettere siano firmate: Vitaliani (sic), non  dubbio che provengano dal nostro Andrea Vitaliani.(373)
Il Rossi dice che Andrea Vitaliani, uomo di rivoluzione e non di governo, nella costituita repubblica del '99 non trov posto. Veramente, ebbe anch'egli la sua piccola parte in quella distribuzione di uffici. Appartenne al Comitato di polizia della Municipalit Provvisoria; e ho visto molte carte firmate da lui, dal Carlomagno e dal capolazzaro Avella (soprannominato Pagliuchella).(374)
...
.
...
Paragrafo 7.
...
.
...
I fratelli Pignatelli.
...
.
...
Il Rossi dimostra che i due fratelli, "fuggitivi e nobili", menzionati dal Colletta, i quali, allettati dalla impunit e dal silenzio promessi dall'editto del 1795, fecero rivelazioni, e, morendo poi sul patibolo nel '99, "lavarono col sangue la vergogna", furono Ferdinando e Mario Pignatelli di Strongoli. La copia manoscritta della citazione ad convalidandum del 1797 conferma la dimostrazione del Rossi, e reca in una postilla il particolare, che i Pignatelli avevano denunziato Giuseppe de Marco (nipote del ministro Carlo de Marco), e che fuggirono, come si disse, portando con s trentamila ducati.
Scarse sono le notizie sulla loro vita posteriore fino alla Repubblica; ed ecco quello che ho potuto raccogliere, rettificando in parte ci che  stato scritto da altri.
Quando lo Championnet fu entrato in Napoli, nel suo primo rapporto al Direttorio, del 5 piovoso, scriveva: "Je vous prie d'adresser une lettre de flicitation aux braves Pignatelli, originaires de Naples, chauds patriotes, d'un courage  toute preuve. L'un d'eux, chef de lgion, s'est empar de Castelnuovo: son frre, chef d'escadron, chargeant  la tte de quelques chasseurs, a pris quatre pices de canon".
La postilla di sopra menzionata c'informa infatti che a Napoli si disse che i due Pignatelli si recarono a Bologna, dove divennero "soldati con promessa di esser capitani". Nell'esercito francese, e con lo Championnet, tornarono dunque a Napoli onorevolmente combattendo.
Il loro fratello terzogenito, Francesco, che ebbe gran parte nei fatti militari del 1798-9, cominci la sua carriera militare in Austria, e nel 1793 era sottotenente nei cavalleggeri di Lipsia, nel 1794 tenente nel reggimento Lobkowitz. In questa qualit fece nel 1793-5 la campagna delle Fiandre, e nel 1794 fu ferito d'arma bianca all'azione di Grohdray. Ma nel 1795 lasci il servizio austriaco e non sappiamo n quando n come entrasse negli eserciti repubblicani di Francia: sembra per altro che fosse tra i perseguitati politici degli anni anteriori al '99.(375) Certo, nel 1798 era in Roma coi francesi; e il 25 febbraio si segnalava nella repressione di una rivolta dei trasteverini, che s'erano levati al grido di "Viva Maria"; onde i Consoli gli diressero una lettera di ringraziamento.(376) A tempo perso, egli scriveva articoli militari sul Monitore di Roma, trattando della formazione della Guardia Nazionale.(377) Aperte le ostilit nel novembre 1798 tra il re di Napoli e l'esercito francese di Roma, il Pignatelli comand la legione romana, forte di circa mille uomini, dei quali dugento rimasero in Castel Sant'Angelo. E con la sua legione e con due battaglioni di polacchi battette l'ala sinistra dell'esercito napoletano a Civita Castellana, sloggiando dal bosco di Falleri l'intera divisione del principe di Sassonia, che fu ferito nella mischia.
Il comandante Pignatelli (scrive il Monitore romano), preso il bosco, insegu il nemico, che fuggiva nella pianura; e per acquistare una bandiera si trov in mezzo a un plotone di napoletani, de' quali dopo averne distesi alcuni sul suolo, per meglio difendersi fu obbligato a buttarsi gi da cavallo, e investito allora da un uffiziale armato di baionetta in canna e da due soldati, si difese dal primo riparandosi colla sciabola, che poi gli fu rotta da un colpo di baionetta; indi, venuto alle prese con un de' secondi che l'afferr pe' capelli, se ne disfece tagliando ad esso colla sciabola rotta la gola, e fu liberato dagli altri per opera d'un patriota, seguito da alcuni legionari, che, uccisone un solo, mise tutti i rimanenti alla fuga.
Caratteristica  la nota che accompagna questo racconto nel giornale:
Il cittadino Pignatelli, tornato in Roma, nel fine del mese decorso, ci abbracci, ci fece un rapido quadro delle principali azioni militari s dei francesi che dei napoletani, ci lod al maggior segno l'intrepidezza e la bravura dei primi, ci tess anche i dovuti encomi della Legione e dei Patrioti che presero le armi in difesa della loro libert, ci stese finanche uno o due articoli pel Monitore, e promise di rivenire il d appresso a distenderne alcuni altri per descrivere in ispecie que' fatti d'arme, nei quali egli si era trovato presente (bench non l'abbiamo indi in poi pi veduto); ma, parlando di s (notate la moderazione Repubblicana), non ci disse altro che egli era stato sempre allegro, sempre ben di salute, bench ne fosse partito alquanto indisposto, e sempre contento. Egli dunque, a nostro parere, o non  napoletano...(378)
L'articolo del Pignatelli, cui si allude,  un esame tecnico della campagna dell'esercito napoletano, che termina con le parole: "Un superficialissimo colpo d'occhio basta per far comprendere anche ai meno esercitati la complicazione degli errori del famoso Mack".(379)
All'assalto di Napoli, il Pignatelli fa incaricato dallo Championnet di gettarsi in Sant'Elmo con due battaglioni; ed egli vi giunse attraverso le colline, "dopo quattro ore di micidiale combattimento".(380)
Proclamata la repubblica, rest in Napoli, e nell'aprile avrebbe dovuto comandare la spedizione nelle Calabrie; ma, per malattia o per altra cagione, la sua partenza non ebbe mai effetto.(381) Scampato agli eccidi della reazione, contro di lui fu pronunziata sentenza di bando nel gennaio del 1800, per essere entrato in Napoli coi francesi e "nel corso della sedicente repubblica essere stato graduato con la carica di generale di brigata e castellano del castello dell'Ovo, con aver comandato le truppe repubblicane in diverse spedizioni contro le armi reali".(382)
Fra il 1800 e il 1801 pubblicava a Berna un Aperu historique compmentaire du mmoire du Gn. Bonnamy ecc., ora diventato rarissimo, ch' uno dei pi importanti opuscoli politici e militari di quel periodo. Sul frontespizio egli si dice: Gnral de brigade italien. - Non mi trattengo sul resto della sua vita (sulla parte da lui presa nella campagna del 1815, e poi nella rivoluzione del 1820), e sui suoi scritti storici diretti contro il Colletta.(383)
Tornando al fratello Ferdinando, il D'Ayala dice che nel 1799 fu capo battaglione della guardia civica, e combattette a Ponticelli, dove ebbe forato da palle il mantello, che pel tradimento di un cameriere form una delle prove contro di lui.(384) Il Rodin lo ricorda al Ponte della Maddalena: "Scorsi tra molti feriti tornar dal campo alla volta della capitale Ferdinando Strongoli Pignatelli, colonnello di cavalleria".(385) Anche di Mario il D'Ayala dice che fu nominato con lode dal ministro della guerra Manthon in una sua relazione del 18 maggio.
 noto che, imprigionati nel luglio '99 insieme col quartogenito fratello Vincenzo, solo quest'ultimo fu graziato della vita e sfrattato dal regno. Ferdinando e Mario furono decapitati al Largo del Mercato il 30 settembre 1799. "I due Strongoli" (dice il solito Diario sotto il 1 ottobre) "ieri andarono imperterriti alla morte".(386)
...
.
...
Paragrafo 8.
...
.
...
Luigi de Medici.
...
.
...
Il Rossi, combattendo una vecchia opinione, ha reso, pi che probabile, quasi certa, la partecipazione alla congiura del reggente della Vicaria e capo della polizia, Luigi de Medici. Senza dubbio, la partecipazione del Medici doveva essere nota a pochi, ai capi, che quasi tutti riuscirono a fuggire, o a quelli che, imprigionati, ottennero promesse d'impunit, come il Giordano,(387) il Manna, il De Falco. I pi dei patrioti restarono perplessi sull'azione di lui. - L'articolo del Mattei ha un brano in cui si riflettono bene queste incertezze. Dopo aver accennato alla denunzia dello Henzeler, continua:
Luigi de Medici ha sortito dalla natura tutti i doni per essere un grand'uomo o un gran scellerato; egli ad una figura piacevole, ad una grazia seducente, ad una ben affettata popolarit, accoppia vedute grandi ed ingegno sottile, bench non corredato di profondi stud. La patria avrebbe potuto sperare grandi vantaggi da Medici, se la sua fanciullezza fosse stata affidata ad un Chirone; ma ohim! un vescovo ambizioso ne fu il direttore primiero. Pass quindi nell'accademia di Torino, e dopo in Francia, donde ritornato s'incammin nella magistratura; giovine, pieno di fuoco, di grazia, di eloquenza, di ambizione, egli doveva certamente risplendere in mezzo ai nostri automi togati. Costoro non mancarono di farli la guerra, ch'egli con coraggio sostenne, e dopo un tirocinio ben lungo pervenne alla suprema Magistratura. Egli occupava la carica di reggente della Gran Corte della Vicaria, vale a dire di governatore di Napoli, quando fu a lui addossata l'inquisizione contro alla Societ Patriotica Napoletana, pi conosciuta sotto al nome di "Giacobini di Napoli". Medici da qualche giorno prima gi conosceva il piano della societ, comunicatoli da un antico massone di sua aderenza, a cui Vincenzo Manna l'aveva svelato. E qui bisogna osservare ch'egli n'ebbe notizia prima di ricever l'incarico della inquisizione, e non l'accus. Tre potrebbero esserne, state le ragioni: o egli aspettava che i congiurati maturassero pi il colpo, ed allora sarebbe andato a prevenirlo, con scoprirne ai tiranni gli autori, per rendere pi rilevante il suo servizio in favor loro; o, sorpreso dall'audacia dell'impresa, non si era ancora determinato a qual partito appigliarsi, giacch le sue parole a chi gli svel la congiura furono: "Non avrei mai creduto che i napoletani fosser da tanto"; o, finalmente, perch egli era troppo ambizioso per abbassarsi a diventare un delatore. Incominci quindi colla solita sua funesta attivit a porsi in mano le fila della congiura. La grande operazione politica, che Medici volle allora imprendere, e che cred degna de' suoi subdoli talenti, fu quella di allucinare su la sua condotta i patrioti, lusingandoli ch'egli serviva alla loro causa, nell'atto che con tutto il fervore di una insaziabile ambizione si prestava alle mire sanguinarie dei Despoti. Dur l'illusione finch egli pratic le sole prigionie; ma squarciossi il velo, quando si viddero tre patrioti dannati alla morte.
L'accusa, che il Giordano port contro il Medici, parve al Mattel, piuttosto che affermazione di cosa vera, un atto di buona guerra:
Abbiamo detto che De Deo, Galiani e Vitaliani furono le prime vittime dell'ambizione di Medici, giacch quanti altri infelici non lo sarebbero stato, se il pi astuto de' congiurati non avesse accortamente rivolto contro di lui le stesse armi sue? Annibale Giordani accus Luigi de' Medici per capo della congiura: Giordani era stato allevato in casa Medici; da qualche anno egli era ospite e commensale di Luigi; Giordani era di gi convinto per uno dei primi congiurati; quindi la sua accusa aveva qualche apparenza di verit, e dall'altra parte il rimorso dei Tiranni autorizzava ogni sospetto. Si vidde allora con sorpresa di Napoli arrestato il Reggente della Gran Corte della Vicaria, e tradotto nel forte di Gaeta. Molti scioccamente han voluto condannare la condotta del Giordani; noi all'incontro la troviamo laudabile in questa parte, ed osserviamo che storici sommi han commendato coloro fra gli antichi, che si sono similmente condotti. Cos Tito Livio loda Teodoro di Siracusa, il quale, essendo del partito cartaginese, e scovertasi la sua congiura contro a Gironimo Tiranno, accus per capo di quella Trasone, amico grande del principe, e del partito romano. Tolto di mezzo Medici, ch'era funesto a' Patrioti, cos per l'ambizione come per i talenti. Giordani colla veste di accusatore cominci ad inviluppare in maniera le fila della congiura, ch'esse diventassero inestricabili. Da questo tempo cominciarono i Tiranni a diffidare di tutti...
Durante la repubblica, il Medici rimase in Napoli. Ecco tre notizie che lo concernono: 18 marzo 1799: "Si sente che vi sia un partito fatto dal cavalier de Medici per esser posto alla testa degli affari". 22 marzo: "Medici si dice monti la guardia da semplice soldato di truppa civica". 27 maggio: "Nella Sala patriottica, quando si fece mozione contro i tre rappresentanti che poi rinunziarono, se ne fece altra pure di nuovo contro Luigi Medici, che si disse di non dover mai aver parte nella repubblica in qualunque carica, e si prese con ci di mira qualche soggetto del corpo esecutivo, che si accenn di favorirlo: forse si parlava di Albanese, del cui glub si disse che Medici fosse, mentre mandava alla forca e giudicava gli altri glubisti, con Annibale Giordano, suo grande amico commensale".(388)
Il non essere, nel '99, perseguitato dai repubblicani, n accolto nelle loro file, conferma quanto fosse giudicata varia la sua azione precedente, e quanto dubbio il suo carattere.
...
.
...
Paragrafo 9.
...
.
...
Un sonetto di Mario Pagano.
...
.
...
Anche Mario Pagano fu tra i congiurati della "Societ Patriottica"; ma, nonostante qualche sospetto, nessuna prova fu addotta contro di lui: tanto che egli ottenne di difendere gli accusati di quel processo, e qualche anno dopo, ebbe la nomina di giudice del tribunale dell'Ammiragliato.(389) Fu poi imprigionato al tempo della seconda Giunta di Stato, e, con gli altri accusati, liberato nel luglio 1798. Il Pagano si rec allora a Roma.
Nel Monitore di Roma dell'8 settembre 1798 si legge un suo sonetto, che mi piace togliere dall'oblio.  preceduto da queste parole:
Ecco un sonetto pieno di libero entusiasmo, di amor patriotico, e di vera lode per la classica terra del Campidoglio. Autore di esso  il chiarissimo cittadino Mario Pagano, noto abbastanza per valor d'ingegno alla Repubblica delle lettere. La di lui produzione merita la pubblica luce per non essere una di quelle tante poesie, che si van pubblicando malgrado gli uomini e gli di. Essa spira per ogni parte l'amor della patria, e i sentimenti di un uom ben fatto e virtuoso:
SONETTO
Fia dunque ver, ch'io sono al Tebro in riva,
E preme il piede quel terren beato.
Ove l'orme segn l'invitto Cato,
E dove Tullio un d tuonar s'udiva?
Per quel sentiero a trionfar sen giva
Il duce vincitor su cocchio aurato!
Io miro il Campidoglio! ivi il Senato
Sensi spieg di Libert nativa.
Dopo mill'anni e mille, or qui pur riede
L'antica Libert: suolo immortale
Per questo nume, e sua diletta sede.
Me fuggitivo dall'orror mortale
Di nuova Scizia accogli, abbi mia fede,
E in luogo ognor t'avr di suol natale.(390)
...
.
...
Paragrafo 10.
...
.
...
L'opera dei Giacobini di Napoli.
...
.
...
Quando fu proclamata la Repubblica, i "Patrioti" napoletani avevano gi un passato da ricordare, e anche da celebrare. Il Lauberg, rispondendo al discorso inaugurale del generale Championnet, tenuto in S. Lorenzo, diceva:
Qual uomo, sensibile a' mali che soffriva l'oltraggiata umanit, poteva vedere i grandi avvenimenti succedersi colla rapidit del fulmine, senza sentirsi acceso da nobile emulazione, senza insorgere contro quegli stessi tiranni, il cui fantastico ed illusorio potere veniva atterrato e dal coraggio francese e dalla sublimit dei princip repubblicani?
Molti napoletani, nudriti ne' severi stud dell'antichit, emularono le glorie della gran nazione; ancor essi concepirono il nobile disegno di abbattere la tirannia; ma questa, atterrita dall'esempio, e troppo vigilante in un piccolo Stato, imped quella concentrazione di lumi e di forze, che poteva solo produrre la bramata rigenerazione. Una parte di questi uomini sventurati cadde tra' ferri del Tiranno, e mostr tra gli orrori delle prigioni e della morte quella fermezza, che fa impallidire il despota anche quando cerca di satollare la sua furente rabbia: un'altra parte meno infelice giunse ad abbandonare i patr lidi; l'Italia ha trovato tanti piccoli vulcani in quanti napoletani ha raccolti nel suo seno: n, tra' fasti della sua rigenerazione, l'ultimo luogo occuperanno i figli del Sebeto.
Il Mattei, nel suo citato articolo, pubblicato nel 1799, dopo avere ricordato le paure dei sovrani, le stolte persecuzioni, la guerra disgraziata, l'anarchia di Napoli, la condotta variamente rovinosa del Vicario e degli eletti, conclude:
L'anarchia ci avrebbe condotti alla tomba se non fosse stata distrutta dalle armi francesi, chiamate dai bravi nostri Patrioti ed unite con essi; e fu questa l'ultima e pi gloriosa impresa dalla "Societ patriotica napoletana". Questa in ristretto fu la nostra congiura, della quale volendone narrare tutti i dettagli, se ne potrebbe formare un voluminoso racconto. La "Societ patriotica napoletana" rest per due anni involta nelle tenebre. La risoluzione di voler dar un passo decisivo, al quale la Nazione non era preparata, obblig i capi della congiura ad accrescere il numero dei congiurati; quindi se ne ammisero degli indegni, ed il secreto fu comunicato a persone, che a fronte delle torture non ebbero la forza di mantenerlo. Cos i Tiranni seppero alcuna cosa; se mai volgeran gli occhi su questo foglio, sapranno il resto. Per questa congiura molti individui han sofferto, alcuni han perduta la vita; ma bisogna per convenire che la patria e l'Italia debbe a lei il vedersi ora sgombera dalle tiare e dai scettri. I giacobini di Napoli furono i primi che diedero il grido all'Italia sonnacchiosa; quando altri appena ardiva pensare, quando pareva ancor dubbia la sorte della Francia medesima, essi, giovani, inesperti, privi di mezzi, ma pieni di entusiasmo per la libert, d'odio per la tirannia, tentarono un'impresa difficile, vasta, perigliosa, che, se non fosse andata a vuoto, gli avrebbe resi immortali, e felice l'Italia. Gl'Italiani si svegliarono dal letargo, riconobbero ch'essi eran uomini, e desiderarono riacquistarne i dritti, smarriti da tanti secoli...
Questo giudizio, scritto da un uomo che pochi mesi dopo moriva per la libert, pu diventare anche il giudizio della storia.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
NEL FURORE DELLA REAZIONE. (DALLE MEMORIE DI UN MILITE DELLA GUARDIA CIVICA DELLA REPUBBLICA NAPOLETANA).
...
.
...
Quel che accadde in Napoli, all'entrata delle masse sanfedistiche del Ruffo, per effetto dello sfrenamento della plebe,  noto non solamente dalle narrazioni sommarie e serrate degli storici e dalle slegate annotazioni dei cronisti, ma anche dai racconti di alcuni di coloro che ne furono spettatori e vittime insieme: Guglielmo Pepe, che ne discorre nel capitolo sesto delle sue Memorie, Gaetano Rodin nei Racconti storici, Nicasio de Mase in un poema autobiografico.(391) Eppure da nessuna di codeste scritture ho ricevuto una cos forte impressione e una cos lucida visione di quelle terribili giornate di giugno '99, come dal manoscritto che il signor Giuseppe de Lorenzo ha inviato, per la ricorrenza del centenario, alla nostra Societ storica, contenente le memorie del suo avo dello stesso nome, che fu durante la repubblica milite della guardia civica, nella reazione prigioniero politico e poi esule, e nel 1800 milite della Legione italica, insieme con tanti altri di quegli esuli e fuggiaschi della Repubblica napoletana.
Il De Lorenzo non verseggia come il De Mase, n adopera tono solenne o enfatico come il Pepe e il Rodin, che erano stati entrambi cospiratori e ardenti repubblicani; non scrive tra la ressa degli avvenimenti, come i cronisti, n, come il Pepe e il Rodin, a troppa distanza di tempo; non ha intenti letterari o politici, ma raccoglie quelle memorie per se stesso e per la sua famiglia. La sua quasi passivit politica lo mantiene bens alla superficie delle cose, ma insieme gli rende possibile di rifletterle come in limpidissimo specchio.
Specchio, che  per altro un'anima, la quale attrae la simpatia del lettore per le doti dominanti della rettitudine e della prudenza. La sua prudenza  naturale acume, che gli fa ponderare i pericoli e le difficolt, e appigliarsi volta per volta al meglio, o al meno peggio. La rettitudine ha un saldo fondamento nella tradizione dell'onesta famiglia borghese da cui usciva, e nella rigorosa e religiosa educazione, ricevuta specialmente per cura della madre, che volle che egli diventasse buon cittadino ed utile alla patria, e della quale, mortagli nei primi mesi della Repubblica, parla sempre con grandissima tenerezza. Ecco come ne ricorda gli ultimi istanti: "Alle ore otto d'Italia del venerd io mi accostai al suo letto per verificare il suo stato, ed in effetti viddi che gi la favella le mancava, e le dissi piangendo: "Cara madre, io vi perdo, e vi perdo per sempre! chi sa che le mie mancanze non accelerino il tempo della vostra vita. Perdonatemi, vi priego, perdonatemi". Ella mi guard, e come pot mi rispose: "Figlio mio Giuseppe, io moro perch Iddio cos vuole, e mi son gi uniformata ai suoi divini voleri. Ama tuo fratello Giovanni, rispetta tuo padre ed abbi sempre Iddio presente". Ella mor circa le ore quindici e mezzo del 27 marzo, giorno di venerd". Gli ammonimenti e i presentimenti materni gli tornano alla memoria nei momenti pi gravi della sua vita, suscitando in lui rimorsi e porgendogli insieme una guida per l'avvenire. A bordo del bastimento napoletano, che lo porta lungi dalla patria, rimane triste e pensoso: "Io mi riconcentrai in me stesso e cominciai a fare delle serie riflessioni su quello che avevo fatto, e sulla giustizia divina che castigava in me le passate colpe con un esilio dalla mia patria. In quel punto tutti i buoni consigli dei miei genitori, e principalmente della defunta mia cara madre nelle diverse circostanze, le sue lagrime e le sue preghiere al Cielo per me, mi si presentarono vivamente avanti gli occhi, e la mia coscienza, che non era indurita, mi rimproverava di aver qualche volta disprezzato i loro salutari avvisi e di essermi forse allontanato da' miei doveri verso i miei genitori". I tormenti, che gli sono inflitti da gente alla quale non aveva fatto male alcuno, non gli chiamano sul labbro parole di odio e d'imprecazione; e quanto  memore di qualsiasi beneficio ricevuto e sente il dovere di ricambiarlo, tanto , senza affettazione, nobile nel dimenticar le ingiurie: onde, p. e., di colui che lo addit ai lazzari sanfedisti, e lo fece arrestare mentre passava per via in cerca di rifugio, scrive: "Io conosco e so chi ordin il mio arresto; ma non sono vendicativo a segno di fidare il suo nome alla carta". E sa anche essere giusto coi suoi persecutori, quando scorge in essi un lampo di giustizia o di piet. Probo, zelante, scrupoloso impiegato, poco atto a guardare di l dal suo compito di ufficio, se non era di coloro che promovono una rivoluzione, e anzi vi fu trascinato ripugnante e timoroso,  di quegli altri che, una volta che la cosa  avviata ed essi vi son dentro, la servono con fedelt, dignit e coraggio. Perfino coraggio; talch a suo padre che, scorgendo prossima la caduta della repubblica, lo esortava a dimettersi e a ritirarsi in campagna per non trovarsi in mezzo alla inevitabile catastrofe, egli resiste, sentendo che "non gli conveniva di restar imperfetta una scena, nella quale aveva figurato fin dal suo cominciamento". Come non aver simpatia per uomini siffatti, che sostengono la compagine sociale, sottomessa dagli eroi a gloriose ma perigliose operazioni di elevamento, e dalla canaglia a continui tentativi di disgregamento?
Ma  tempo di dire qualcosa in particolare della sua vita e del racconto che egli ci ha lasciato dei feroci giorni della sanguinaria reazione. Il De Lorenzo era nato in Napoli da Alessandro e Nunzia Cozzenti il 17 agosto 1778, ed era stato sottoposto fin da fanciullo a una educazione da impiegato. Dapprima studi lingua latina, aritmetica e "carattere", cio calligrafia, sotto don Giuseppe Fiscariello, maestro delle pubbliche scuole di San Ferdinando; e fece presso di lui gran profitto, formandosi una "bella mano di scrittura": abilit di cui si tenne sempre molto, ma che fu pure la prima origine di tutte le sue disgrazie, come diremo. Nel 1790, a dodici anni, entr soprannumerario al banco del Salvatore, senza per altro trascurare gli stud: tanto che nel 1792 era gi "provettissimo in umanit superiore", e sua madre volle che studiasse altres rettorica nelle pubbliche scuole gratuite del collegio di San Tommaso d'Aquino; il che non potendo conciliare con la sua "assistenza" al banco, preg un Molina, suo compare, d'insegnargli l'"arte del persuadere". Compiuti questi stud generali, si dedic tutto alla contabilit presso don Raffaele Schiano, uffiziale della contadoria (tesoreria) della marina, il quale dopo ventitr mesi dichiar di non avergli altro da insegnare. Nel 1795, vedendo i suoi genitori che l'ufficio di soprannumerario al banco lo teneva occupato solo nelle ore della mattina, e temendo che con l'ozio potesse prendere cattiva piega, vollero che acquistasse qualche cognizione della "scrittura baronale di stile doppio, tanto ricercata a quei tempi", per poter avere adito in qualche ragioneria o amministrazione di case feudali; come infatti, nel sguito, fu addetto per oltre due anni nella computisteria del duca di Corigliano, dal costui razionale don Giovanni Gallo, del quale si loda molto. Il suo amor proprio era riposto tutto nella sua abilit e impeccabilit di contabile, e gli gioisce l'animo (come si vede dal suo racconto), quando i suoi superiori della repubblicana guardia civica o il capocarceriere delle sue prigioni borboniche gli danno occasione di mostrarla, incaricandolo di "portare il dettaglio" dell'amministrazione, e di redigere "pi di lista" e "stati" di militi o di carcerati.
Coglieva nel 1798 il frutto delle sue lunghe fatiche e dei suoi otto anni di servizio gratuito col diventare "proprietario" ossia impiegato di ruolo del banco del Salvatore, con sei ducati al mese, aumentati poi a dieci, e con l'incarico della scritturazione del giornale di cassa, quando la rivoluzione e la proclamata repubblica gli fecero obbligo di ascriversi, per conservare l'impiego, nella guardia civica; il che esegu, dopo essersi consigliato coi suoi genitori, nella compagnia del Serra di Cassano. E trovandosi un giorno al posto di San Tommaso d'Aquino, "dragonando da caporale", e avendo a fianco, nel fare il suo rapporto, il cittadino capolegione Carlo Muscari (calabrese di Santa Eufemia, che, per la parte efficace presa nelle fazioni militari della repubblica, fu poi impiccato), questi, nel vedere la bella calligrafia del giovane caporale, gli propose di toglierlo con s come segretario della legione. Per tale ragione il De Lorenzo fu dispensato dal servizio al banco; ed attese, durante la Repubblica, al nuovo ufficio, "contento della Provvidenza, altro non procurando che acquistarsi la benevolenza dei suoi superiori".
Il 13 giugno la sua legione fu inviata al ponte della Maddalena, con quel tanto di guardia nazionale che aveva ubbidito al segnale dato dal forte di Sant'Elmo; e col egli assistette ai vani sforzi del Wirtz, coadiuvato dal marchese di Montrone e dal duca di San Pietro di Maio, a capo di scarsa truppa di linea e di una parte della legione calabra e mal secondato dalla cavalleria. Dopo avere contrastato ostinatamente il terreno, le milizie repubblicane, soverchiate dalla cavalleria e artiglieria del Ruffo, si ritrassero verso il castello del Carmine, nel quale una parte di esse si gett, mentre l'altra si disperse. Il De Lorenzo, rimasto in compagnia di un commilitone e amico, Gennaro Grasso, pass per casa sua, riabbracci il padre, svest l'uniforme, e pens di riunirsi ai repubblicani chiusi in Castelnuovo, per seguire la sorte comune. Ma si lasci poi persuadere dall'amico a ritirarsi invece nel quartiere della guardia a Monteoliveto; dove ritrovarono una compagnia intera, rinforzata da molti altri civici, che avevano avuto lo stesso pensiero. Nel quartiere, i due giovani, stanchissimi per l'azione del giorno, si gettarono sul tavolone del corpo di guardia, e si addormentarono.
Dormivano appena da tre ore, quando furono svegliati da gridi di "Viva il re!". E, balzati in piedi, cercando con l'occhio i compagni, non ne videro pi alcuno; ma contro di loro si avanzava invece un torrente di plebe, di briganti, di donne, di fanciulli, di gente armata, che emettevano quel grido. Si rifugiarono allora nell'interno del convento di Monteoliveto, accolti da un frate laico, che il Grasso conosceva, nella sua cella, dove rimasero nascosti tutta la notte. Il povero frate all'alba tagli loro le barbette, li vest con abiti monacali e mise a ciascuno dei due un salmario in mano; sicch, quando la plebe entr nel convento per saccheggiare e penetr nella cella del frate, li credette monaci, e anzi un lazzarone, osservando il compagno del De Lorenzo pallido in volto, gli domand compassionevolmente se era ammalato. Ma ben li ravvis il capo della masnada, un tal Tommaso, gi parrucchiere di famiglia del De Lorenzo e licenziato al tempo della repubblica, perch si era scontenti del suo servizio e d'altra parte la moda dei capelli tagliati aveva resa quasi superflua l'opera del parrucchiere; del quale licenziamento colui era rimasto assai stizzito. Il De Lorenzo, a quell'incontro, si tenne perso; ma il capolazzaro, dopo averlo per qualche minuto fissato con cera brusca, quasi per dirgli: "Da me dipende la tua vita", e minacciatolo col capo e con gli occhi, alfine, con un atto d'impazienza, come se fosse contro sua volont, dall'antica dimestichezza costretto a rispettarlo, batt forte col calcio del fucile a terra, e part ordinando alla turba di seguirlo.
Sfuggiti al primo pericolo, i due amici, per evitarne di nuovi a s stessi e al loro ospite, uscirono dal monastero; e si trovarono in mezzo alla citt, percorsa tutta da stuoli di briganti e lazzaroni, che saccheggiavano le case dei giacobini o voluti tali, ne arrestavano gl'inquilini, li ferivano, li ammazzavano, portavano in processione donne e fanciulle ignude; e, dovunque, agli angoli delle strade, mucchi di cadaveri, di teste e di altre membra recise. Inorriditi, si risolsero a cercare rifugio presso uno zio del De Lorenzo, monaco della Croce, nel convento di San Nicola Tolentino, sottoposto e prossimo al castello di Sant'Elmo, e vi arrivarono a mezzogiorno; ma lo zio non li volle accogliere, col pretesto che ci era proibito dalla regola del convento. In cambio somministr loro rimproveri e sarcasmi, dicendo, tra l'altro, al nipote: "Credevi tu forse che Ferdinando IV, perdendo il regno, avesse perduto un fazzoletto, che non avrebbe cercato di recuperarlo? o che gli sarebbero mancati i mezzi di strapparlo ai valorosi repubblicani?".
Non riusc meglio un tentativo dello stesso genere, che, riattraversando la citt tra insulti e motti e sospetti, essi fecero presso un altro monaco, prozio del De Lorenzo, il quale abitava alla porta piccola di San Lorenzo, e che, insensibile non meno del primo alle loro persuasioni e preghiere, non volle accoglierli in casa per paura di compromettersi. In questa nuova peregrinazione passarono per la terribile piazza del Mercatello, dove l'immensa folla li costrinse a fermarsi e guardare. L'albero della libert, che sorgeva in mezzo a quella piazza, era stato spiantato e atterrato dai calabresi e dai lazzari, molti dei quali a dispregio vi facevano sopra e intorno i loro atti necessar, alla presenza di gran numero di donne, che assistevano allo spettacolo. Altri conducevano a piede dell'albero frotte di prigionieri, come bovi al macello, e li fucilavano alla peggio; e morti o semivivi li decapitavano, e le teste mettevano sopra lunghe aste o le adoperavano per divertimento, rotolandole per terra a guisa di palle. I due si sottrassero a questa vista orribile, entrando per port'Alba; ma doverono arrestarsi di nuovo presso il convento di San Pietro a Maiella, contro il quale i calabresi dirigevano un vivo fuoco, asserendo che vi fossero rinchiusi alcuni giacobini. Una buona donna, moglie di un sarto, li accolse nella sua bottega, credendoli monaci; senonch, essendo uscita a esplorare la strada, ritorn tutta tremante, minacciata per avere accolto due monaci giacobini. Quasi nell'istesso istante, la bottega fu invasa da armati; e il capo di costoro li sottomise a un interrogatorio e volle vedere le loro carte. Per fortuna, il sangue freddo del De Lorenzo, che fu pronto a buttar via nascostamente gli orecchini che aveva nel portafoglio e a mostrare le immagini di santi di cui esso era pieno (messevi dalla madre, poco prima di morire), valse a persuadere quel masnadiere, che li lasci andare, non senza aver loro offerto la sua assistenza in cambio di una mancia. Ma il De Lorenzo, tuttoch avesse in tasca dieci piastre, si guard bene dal dargli nulla, per timore di svegliare la cupidigia di quella marmaglia, ed essere trattenuto in arresto.
Fallito il duplice tentativo presso gli zii, il De Lorenzo, che non cessava di rimproverare il compagno per l'improvvido consiglio onde lo aveva distolto dal rinchiudersi in Castelnuovo, deliber di fare tutto il possibile per penetrare in quel castello e manifest questa sua ferma volont all'altro, che pur volle seguirlo; e cos entrambi si avviarono per Forcella verso Monteoliveto per raggiungere il castello. Assisterono per via alle solite tristi scene: in piazza Trinit Maggiore videro massacrare a colpi di fucili e baionette un Giuseppe Merande, parente del Grasso, un povero galantuomo demente, che, quantunque udisse i gridi di "Viva il re", si era ostinato a uscire di casa con la coccarda francese al cappello. Sulla stessa piazza, calabresi e briganti mangiavano sopra cadaveri. Per evitarli, i due amici tornarono indietro, girando pel pallonetto di Santa Chiara, e giunsero senza incidenti presso la chiesa di Santa Maria la Nuova, dove, non appena giunti, furono arrestati dalla gente in armi che guardava la casa del presidente Molinari. Un tale, che li aveva scorti dal balcone e riconosciuti per ufficiali della guardia civica, aveva dato l'ordine dell'arresto.
S'impegn allora un duello tra l'astuzia la violenza, tra il De Lorenzo e i manigoldi che lo avevano afferrato e lo trascinavano insieme col compagno; e qui sembra che assai gli giovasse quell'"arte del persuadere", che egli aveva appresa dal compare Molina. Anzi, tante buone e calme parole seppe usare, tanti sospiri emettere e tanti atti di rassegnazione dimostrare al divino volere, che per un momento quelli entrarono nella piena credenza di avere innanzi due poveri fratelli laici di Monteoliveto; e il capo degli armati li rilasci, esclamando che il signore che aveva dato l'indicazione o era matto o s'era sbagliato. Ma, fatti appena cento passi, si sentirono richiamati e rincorsi, perch quel medesimo signore aveva riconfermato risolutamente che li conosceva assai bene, e che essi erano finti monaci e veri giacobini. Il De Lorenzo non perdette neanche questa volta il sangue freddo; si volse pacatamente al richiamo, and spontaneamente verso gl'insecutori, e persistette nell'asserire la qualit di monaco sua e del compagno. "Non ci credete? Ebbene, portateci dal signore che vi ha dato l'ordine, e riconoscer egli stesso l'errore". "Il signore ha detto che non vi vuol vedere; ma noi vi porteremo al ponte della Maddalena dal cardinale, che, se non vi ritrover monaci, vi mander a raggiungere i vostri compagni nell'altro mondo". "Andiamo dunque, siamo pronti". E cos, circondati da una turba di popolo che li insultava, s'avviarono all'accampamento del cardinale.
Per la lunga strada, continu il dialogo tra il De Lorenzo e i suoi accompagnatori, l'uno sempre asserendo imperturbabilmente la qualit di monaco, gli altri contestandola e dipingendo con le parole e con gli atti la fine prossima, che li attendeva; un "camiciotto" (ossia soldato del disciolto esercito regio), che capitanava quella masnada, con una lunga scimitarra che aveva sempre nuda nelle mani, prendeva la misura dei loro colli. Ai quali atti simbolici si aggiungevano quelli reali, insulti, sputi in faccia, percosse; presso Borgo Loreto un lazzarone, fattosi per forza largo tra i masnadieri, dette tal pizzico alla gola del De Lorenzo, torcendola per ben tre volte, che egli (quasi risentendolo dopo tanti anni) dice che si sent tirare tutti i nervi della fronte e degli occhi e rimase per otto giorni con la testa indolenzita, da non poterla reggere diritta. Ma, nel restante del percorso, fu in certo modo tutelato, perch fece scivolare otto piastre nelle mani di un lazzaro che gli era a fianco, e che divenne da quel momento il suo protettore.
Al ponte della Maddalena, grande ammazzamento di coloro che erano condotti al cardinale; non solo uomini e adulti, ma donne, fanciulle, vecchi, ragazzi; e presso quella folla, presso quella carne da macello, due carri fermi a riceverne i corpi, che erano gettati immediatamente in mare, quasi tutti semivivi. E subito una frotta di gente armata volle strappare i due nuovi venuti dalle mani degli altri, per far loro la festa; ma gli accompagnatori insistevano per condurli al cardinale, donde nacque una rissa tra le due parti, fortunatamente sedata per l'intervento di un ufficiale calabrese, che alle preghiere del De Lorenzo, e pur dichiarando di non crederli monaci, accondiscese a condurli alla presenza del cardinale, seguto dalle due masnade che se li contendevano.
Il cardinal Ruffo era un mezzo tiro di fucile distante, circondato da molti ufficiali e da tutto il suo stato maggiore, che gli faceva corona. L'uffiziale calabrese gli present i due e l'inform sommariamente del caso. Ed egli, dirigendosi al De Lorenzo, domand: "Ebbene, chi siete voi? siete monaci veramente?". Il De Lorenzo prese a rispondere con tanto calore, avanzandosi, che il cardinale, credendolo un disperato e temendo di un'aggressione, gli dette con le due mani un doppio pugno nel petto, dicendogli: "Allontanati, e poi parla!". Al che, retrocedendo di dieci palmi il cardinale e lui, e formatisi gli ufficiali in doppia linea tra i due, il Ruffo ripet: "Parla ora". E il De Lorenzo: "Eminentissimo, noi non siamo monaci, questa  la verit; ma se Vostra Eminenza me lo permette, le dir che, obbligati ambedue dai repubblicani a far la guardia civica, ci trovavamo di guardia al quartiere di Monteoliveto, allorch vittoriose sono entrate questa mattina le armi del nostro re. Noi abbiamo subito buttati i nostri fucili e le nostre uniformi per ritirarci a casa; ma, disgraziatamente per noi, per seguire la moda ci trovavamo co' capelli tagliati. Come uscire dunque da Monteoliveto e sottrarci al furore del popolo, il quale massacra tutti coloro che non hanno capelli, credendoli giacobini? Ci siamo vestiti da monaci e tornavamo a casa, allorquando siamo stati arrestati, e menati ad esser fucilati al ponte, se quel Dio che protegge l'innocenza e sa quanto siamo fedeli sudditi di Sua Maest, non ci avesse protetti". A queste parole il cardinale, volgendosi alla gente armata, disse: "Ebbene, non vi  altro che questo? perch li avete arrestati?". Risposero coloro, insistendo che si trattava di due perfidi giacobini; e si ebbe un principio di contrasto tra il cardinale, che era disposto a lasciarli andare liberi, e gli accompagnatori, che li volevano fucilare; sicch il Ruffo, conoscendo la sorte che sarebbe toccata ai due prigionieri se li avesse messi in libert, per salvarli fin col dire ai suoi ufficiali: "Riponeteli nello stesso luogo dove sono gli altri".
E qui si riprodusse nella realt una scena dantesca di Malebolge. "Non  da esprimersi (scrive il De Lorenzo) il furore in cui diede quella canaglia per aver perduta la preda dalle loro mani; il camiciotto, fra gli altri, si mordeva le dita, unitamente a quel lazzarone che in grazia delle mie piastre mi aveva protetto contro il popolo; e ci dicevano: "Ah, cani! se sapevamo che non eravate monaci, vi avremmo fatti a pezzi!". Ma noi non dovevamo pi temere di essi...". Il De Lorenzo si sentiva ormai alquanto rassicurato, perch si vedeva "in potere della giustizia, qualunque fosse"; e col compagno fu condotto dapprima in un deposito provvisorio di prigionieri, che si and rapidamente riempiendo, e di l trasferito, dopo alcune ore, al luogo detto Due Palazzi, sulla via di Portici, nel cortile di un palazzo disabitato.
La scorta, che accompagn la colonna di prigionieri, era capitanata da un prete calabrese, vestito di corto, armato di due pistole e di spada, il quale si divert a far loro credere che li menava al luogo dove dovevano essere fucilati, e a ogni quaranta passi faceva fermare la colonna, fingendo che si era giunti al posto designato, e poi la rimetteva in marcia col pretesto di scegliere luogo meglio adatto. Al De Lorenzo accadde altres la disgrazia di rivolgere ingenuamente la parola a quel terribile prete; e, avvezzo come era stato per parecchi mesi a chiamare chiunque col nome di "cittadino", cominci: "Ci...": ma si corresse subito: "Amico, per carit, diteci dove andiamo". E il prete, dandogli un solennissimo ceffone: "Ah scellerato! come hai il coraggio di chiamarmi amico? Io sono tuo nemico, e per assicurartene sappi che vi portiamo a fucilare"; e, aggiungendo una parolaccia, gli tir un colpo di daga dietro le reni, che il De Lorenzo fu lesto a scansare, ricevendone solo una leggiera ferita. Per buona sorte, l'ufficiale regio al quale furono affidati nel nuovo luogo di deposito, si mostr assai umano; e ai ringraziamenti rispose che non faceva altro che il suo dovere, e quello stesso che aveva desiderato per s medesimo, alcuni mesi prima, quando era stato arrestato dai repubblicani.
Passer rapidamente su tutte le sue posteriori peregrinazioni di prigione in prigione, dal deposito di Portici ai Granili, dai Granili alla corvetta Stabia, di l alle carceri di Santa Maria Apparente, dove si svolse il suo processo. Sono descrizioni di sofferenze di ogni sorta, di spoliazioni ed estorsioni commesse dagli ufficiali e carcerieri, e d'insulti e tormenti inflitti dai lazzari ai prigionieri, ogni volta che venivano con essi a contatto; e compaiono in quelle descrizioni tipi svariatissimi di birri, di briganti, di militari, di repubblicani. "Il popolo napoletano (scrive il De Lorenzo, quasi a conclusione di questa parte del suo racconto) fu il nostro crocefissore fino all'ultimo momento della nostra prigionia". Intanto, gli era stato possibile rivedere il padre, e una volta ebbe anche una visita da quello zio monaco, che si era mostrato cos affettuoso con lui il 14 giugno, e qualche altra, pi spontanea e calorosa, da alcune donnicciuole della strada dove egli abitava, pietose di lui, come suol pur essere l'impressionabile popolino napoletano. Degli innumerevoli suoi amici, nessuno si fece vivo. Le agevolezze, che pot godere nel carcere di Santa Maria Apparente, le dovette alla sua abilit burocratica, messa a profitto dal carceriere maggiore, come gi, al tempo della Repubblica, dal capolegione Muscari.
N mi estender sul processo, se non per accennare che il De Lorenzo venne esaminato dal consigliere Fiore della Giunta di Stato, il quale, per uffizi avuti da un suo fratello, monaco in San Nicola Tolentino e compagno dello zio del prigioniero, gli fu benevolo; e lo fece, col procedimento detto del "truglio", condannare a dieci anni di esilio dal regno. Negli ultimi giorni del 1799 il De Lorenzo partiva per la Francia, e giungeva a Tolone il 1 gennaio del 1800.(392)
Da Tolone si rec a Marsiglia, dove era un deposito di rifugiati napoletani, presentando la patente di capitano della guardia civica della caduta Repubblica; e fu addetto al "bur" del Valiante, capo di brigata e comandante di quel deposito. Di l volle partire per Dijon al deposito degli ufficiali; senonch, non trovando per allora impiego attivo nell'esercito, per non oziare prefer, come molti altri uffiziali napoletani, di servire da soldato semplice, e si ascrisse alla Legione italica. A Lausanne, il Primo Console pass in rivista quella legione; e, udendo dal De Lorenzo la sua qualit di napoletano, gli disse, battendogli sulla spalla, con la familiarit che sapeva cos abilmente adoperare verso i soldati: "Vi ricondurr presto a mangiare i maccheroni a Napoli". Con la Legione italica il De Lorenzo valic il San Bernardo, e prese parte a varie fazioni di guerra. Ai primi del giugno 1800 erano alle porte di Milano, e furono spediti contro gli austriaci a Lecco, e poi all'assedio di Pizzeghettone; quando la vittoria di Marengo fece posare le armi. Negli oz delle guarnigioni, si svolse, tra i componenti della Legione italica, la mania dei duelli; e il De Lorenzo, che pure aveva unico ideale e perpetua nostalgia il "bur", fu costretto (nella chiesa coi santi e in taverna coi ghiottoni!) a diventare anche lui sfidatore e duellante.
Finalmente la pace di Firenze gli riapr, nel 1801, le porte della patria; ma non pot riavere il suo posto nel banco del Salvatore se non nel 1806, sotto Giuseppe Bonaparte. Indi fu impiegato nel ministero delle finanze, dove collabor alla liquidazione del debito pubblico e alla formazione del Gran libro. Nel 1814 ottenne la nomina di razionale della Corte dei conti e fu ascritto come uffiziale alla guardia d'interna sicurezza. Nella rivoluzione del 1820-1 non s'immischi; e quantunque fosse in sospetto di murattismo, pure l'anno dopo venne nominato consigliere supplente della Corte dei conti. Ma non giunse a tempo a giurare e prendere possesso della carica, colpito dalla morte il 22 aprile del 1822, a quarantaquattro anni non compiuti.
Delle sue Memorie, scritte nel 1810, delle quali abbiamo riassunto con qualche larghezza le pagine che ritraggono le giornate del 13 e 14 giugno 1799, la prima parte, che va fino alla partenza per l'esilio,  stata pubblicata nell'Archivio storico per le provincie napoletane;(393) e la seconda, che si riferisce agli anni 1800-1801, rimane ancora inedita presso il nipote.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
IL NELSON, DOMENICO CIRILLO E LA CAPITOLAZIONE.
...
.
...
Paragrafo 1.
...
.
...
La domanda di grazia di Domenico Cirillo.
...
.
...
Chiese grazia Domenico Cirillo? Il Cuoco, e altri dopo di lui, dicono che l'Hamilton e il Nelson volevano salvarlo, ma che "egli ricus una grazia che gli sarebbe costata una vilt". Una nota degli editori dei Dispatches and letters di Nelson accennava, d'altra parte, che una sua domanda di grazia si trovava tra le carte del Nelson. - La questione  ora risoluta. La domanda di grazia di Domenico Cirillo esiste, ed  stampata in un libro inglese pubblicato alcuni anni sono, nel quale tuttavia  rimasta affatto inosservata.(394) Si tratta di una lettera scritta in inglese (il Cirillo scriveva bene questa lingua, in cui pubblic alcune dissertazioni), e diretta a Lady Hamilton dal bordo della nave il St. Sebastian, il 3 luglio 1799; quando gli Hamilton erano con Nelson nel golfo di Napoli. L'editore la pubblica con parecchi errori, con qualche lacuna, e (strano a dirsi) legge la firma cos: "D.r Carillez". Il quale "sfortunato D.r Carillez"  poi, secondo lui, lo stesso medico "better known", meglio conosciuto, nella letteratura nelsoniana, col nome di "Cirillo"! - Ecco la lettera, che io ho tradotto correggendo insieme le sviste evidenti del trascrittore:
A bordo del S.t Sebastian, 3 luglio 1799.
Signora,
Spero che non vi avrete a male se mi prendo la libert di disturbarvi con pochi righi per rammentarvi che nessuno al mondo, fuori di voi, pu salvare un essere infelice ed innocente. Io ho perduto ogni cosa, la mia casa  un mucchio di rovine; io non posso sapere ci ch' accaduto della mia desolata famiglia, io sono affatto all'oscuro, ignoro se la mia povera vecchia madre esista o no, dopo la generale distruzione. Voi siete, Milady, una signora sensibile e caritatevole, io conosco i vostri sentimenti di umanit, e voi sola potete fare qualche cosa in mio favore. Voi siete l'amica intima di Lord Nelson, egli giustamente vi stima, ed egli ha il potere dal Re di Napoli di disporre d'ogni cosa. La condotta della mia vita, prima e dopo la rivoluzione francese,  stata sempre onesta, pura e leale. Io fui spesso chiamato a curare dei francesi, ch'erano ammalati, ma non ebbi mai alcuna intimit con essi, n ebbi con essi corrispondenza di sorta. Quando il generale Championnet venne a Napoli, mi fece chiamare e mi design come uno dei membri del Governo Provvisorio, ch'egli stava per stabilire. Il giorno dopo gl'inviai una lettera, e rassegnai formalmente l'impiego, e non lo vidi pi. Durante tre mesi, io non feci altro che aiutare col mio proprio danaro e con quello di alcuni amici caritatevoli il gran numero di [poveri] esistenti nella citt. Io indussi tutti i medici, chirurgi ed associazioni ad andare in giro a visitare gl'infermi poveri, che non avevano modo di curare i loro malanni. Dopo questo periodo, Abrial venne a stabilire il nuovo governo, ed insistette perch io accettassi un posto nella Commissione legislativa. Io ricusai due e tre volte; ed in fine fui minacciato e forzato. Che cosa potevo fare, e in che modo, e che cosa potevo opporre? Tuttavia, nel breve tempo di questa amministrazione, io non feci mai un giuramento contro il re, n scrissi n mai dissi una sola parola offensiva contro alcuno della Famiglia Reale, n comparvi in alcuna delle pubbliche cerimonie, n venni ad alcun pubblico banchetto, n vestii l'uniforme nazionale: non maneggiai danaro pubblico, e i soli cento ducati in carta che mi dettero, furono distribuiti ai poveri. Le poche leggi, votate in quel tempo, furono soltanto quelle che potevano riuscire benefiche al popolo. Tutti gli altri affari erano trattati dalla Commissione esecutiva, che teneva celata a noi ogni cosa. Questi, Milady, sono i fatti veri; ed anche se io dovessi morire proprio in questo momento, non vi nasconderei la verit. Vostra Signoria conosce ormai la vera storia, non dei miei delitti, ma degli errori involontari a cui fui spinto dalla forza dell'armata francese. Ora, Signora, in nome di Dio, non vogliate abbandonare il vostro infelice amico. Ricordatevi che col salvare la mia vita avrete l'eterna gratitudine di un'onesta famiglia. La vostra generosit, quella di vostro marito e del gran Nelson sono le mie sole speranze. Procuratemi un pieno perdono dal nostro misericordioso re, e il pubblico non perder un infinito numero di osservazioni mediche, raccolte nello spazio di quarant'anni. Ricordatevi ch'io feci tutto quel che potei per salvare il Giardino botanico di Caserta, e mi adoprai ad essere utile nel miglior modo ai figli della signora Greffer. Io non credo necessario, Signora, di disturbarvi pi a lungo; voi dovete perdonare questa lunga lettera, e scusarmi nella presente deplorevole condizione. Vi prego di presentare i miei migliori rispetti a Sir William, e a Lord Nelson, mentre io sono, Signora,
il vostro ob.mo um.mo servitore
D. Cirillo.
Questa lettera stringe il cuore. Lo scienziato celebre, il medico illustre che dominava con l'arte sua sulla societ napoletana, si rivolge a un'antica amica del tempo (cos vicino e pur cos lontano) della sua fortuna e della sua gloria. Egli ora giace incatenato nel fondo di una nave inglese, e Lady Hamilton  lass, sulla nave ammiraglia, nel partito trionfatore che lo condanna e lo schiaccia. A lei ricorre disperatamente, narrandole come sia stato condotto a quella dolorosa condizione, fidando in lei sola per riattaccarsi alla vita - stud, onori, famiglia, - alla vita che gli sfugge!
Superando la commozione che suscita questo grido pietoso di strazio umano, a noi tocca spiegare storicamente e giudicare spassionatamente il documento che abbiamo letto. Ed  agevole osservare che, posta come vera la narrazione che fa il Cirillo, qui non si ha innanzi un eroe, ma semplicemente un uomo, che s' piegato agli avvenimenti.
Senonch: bisogna accettare come vera la narrazione? o siamo alla presenza di una serie di fatti e argomenti, escogitati per difesa? - Questo secondo addebito non sarebbe giustificato. Anche senza tenere conto del tono di sincerit che domina in questa lettera, le affermazioni che essa contiene, si riscontrano tutte esatte, o almeno assai prossime all'esattezza. Vediamole a parte a parte.
Il Cirillo accenna alla "purit" della sua condotta prima del 1799. Infatti, il suo nome non si trova mai mescolato alle congiure e agli intrighi degli anni precedenti. Certo, anch'egli s'infiammava per le cose francesi, e i suoi discorsi coi francesi, che aveva curato, non erano stati sempre di sola medicina. Il Franchetti ha pubblicato alcuni brani della corrispondenza diplomatica degli ambasciatori francesi a Napoli, il Canclaux e il Trouv, del 1797 e del 1798: il Canclaux dice che, avendo chiamato il Cirillo per una sua infermit, nelle conversazioni aveva appreso ch'egli amava i francesi, aveva il cuore d'un repubblicano e avrebbe dato la fortuna e la vita per essere nato in Francia; il Trouv lo raccomandava al general Berthier come una delle persone pi stimabili ch'egli avesse conosciuto.(395) Ma si tratta di una disposizione d'animo, che ci viene anche confermata dal Lomonaco nel suo Rapporto; il quale Lomonaco, per altro, non sa nulla di manifestazioni patriottiche del Cirillo prima del Novantanove, e anzi soggiunge che, proclamata la repubblica, gli sguardi dei francesi e dei suoi concittadini "si rivolsero a lui nel fondo della sua solitudine". Nell'anarchia del gennaio, quando i patrioti di Napoli si riunirono in comitato in casa Fasulo, fu detto da alcuno che alla riunione intervenisse anche il Cirillo. La voce non sembra indubitabile neanche all'Arrighi, che la raccoglie;(396) ma, ad ogni modo, l'entrata dei francesi era allora desiderata da tutti coloro che vedevano con terrore lo sfrenamento della plebe.
 anche vero che, designato dallo Championnet a fare parte del governo provvisorio, il Cirillo ricus. Nel Monitore napoletano (n. 1) si legge: "Deesi annotare per uno tra' detti rappresentanti il cittadino Giuseppe Logoteta, essendosi poi tolto per sua rinuncia Domenico Cirillo".
Ch'egli volgesse invece la sua operosit ad occuparsi dei poveri,  esattissimo. Si legge nel Diario napoletano, sotto la data dell'11 aprile: "Dal cittadino Domenico Cirillo si  proposto un prospetto di carit repubblicana per un soccorso di tanti che nella mutazione del Governo son caduti in miseria. Merita lode il sentimento di questo conosciuto cittadino". Ho poi sott'occhio tre fogli volanti: l'uno contiene il Prospetto di carit nazionale, firmato dal Cirillo; e comincia: "Nella nostra nascente Repubblica, come accade in tutte le grandi rivoluzioni, un gran numero d'individui  caduto nella pi deplorabile indigenza. Moltissime famiglie mancano assolutamente di pane, i fondi e le istituzioni di carit dilapidati e distrutti dall'antico governo pi non somministrano i consueti soccorsi, la mancanza del numerario limita, loro malgrado, la beneficenza de' pi rispettabili cittadini; e gl'impieghi da infinita gente perduti per le circostanze dei tempi, portano nell'intera popolazione la fame e la desolazione". Gli altri due sono un Regolamento per la cassa di carit nazionale, e una specie di rendiconto delle prime somme raccolte(397)
Le spire della politica lo riafferrarono alla venuta del commissario organizzatore Abrial, ed egli, invano repugnante (e anche in ci bisogna dargli fede), fu chiamato a far parte della Commissione legislativa. Dico che bisogna dargli fede, perch i francesi e i patrioti misero con le spalle al muro tutte le persone di conosciuto ingegno e valore per averle seco al governo. Quando saranno pubblicate le memorie del geografo ed economista Giuseppe Maria Galanti, ch'era avversissimo alla repubblica, si vedranno tutte le insistenze e le minacce che gli si fecero, e come a fatica, e solo in parte, riuscisse ad esimersi dal coprire pubbliche cariche. "Maledicevo a ogni punto le mie opere (scrive il povero Galanti), che erano la cagione di tutti i miei fastidi".
 naturale che, appartenendo alla Commissione legislativa, ed essendone stato eletto presidente dopo Mario Pagano, il Cirillo tenesse con fedelt il suo ufficio. Ci che dice nella lettera intorno a questo secondo periodo della sua vita durante la repubblica, non deve esser materialmente falso: ma  certo unilaterale e cavilloso. Pu ben darsi che non avesse occasione di pronunziare giuramenti contro il re, o di vestire l'uniforme nazionale, o d'intervenire a pubbliche cerimonie e banchetti; e alla sua dignit doveva ripugnare l'abbandonarsi alle invettive e contumelie, allora solite, contro i sovrani fuggiaschi.  certo che durante la sua presidenza uno dei suoi principali pensieri furono sempre i poveri e gl'infermi.(398) Ma  anche vero che col suo nome, qual presidente della Legislativa,  firmata una serie di atti ufficiali, come il proclama del 6 pratile contro coloro che insinuavano la repubblica esser contro alla religione, la legge del 9 pratile per le procedure abbreviative e per altre disposizioni contro gli emigrati, del 10 pratile sulle confische dei beni degl'insorgenti, dell'11 pratile contro gli ex-baroni, del 14 pratile per le cospirazioni realiste, del 15 per lo stabilimento della Commissione rivoluzionaria, il proclama del 16: "La patria  minacciata", la legge del 18 sull'abolizione della gabella del pesce, e via dicendo. La frase: "le poche leggi, votate in quel tempo, furono soltanto quelle che potevano riuscire benefiche al popolo",  inesatta o pensatamente equivoca.
Anzi, se si dovesse credere a ci che si diceva in Napoli, e che a Maria Carolina fu ridetto a Palermo, egli sarebbe stato uno dei pi animosi nel consigliare la difesa estrema. Nel citato Diario napoletano, sotto la data del 26 maggio, parlandosi del "terrorismo che nelle attuali circostanze i patrioti vogliono che si spieghi", si aggiunge nientemeno: "Si dice che Pagano e Cirillo possano essere i Robespierre di Napoli"! E il 23 maggio Maria Carolina scriveva da Palermo al Ruffo: "Hanno fatto una unione all'ex-Accademia dei Cavalieri per combinare se dovessero aspettare le forze nemiche o cercare perdono. Cirillo parl da arrabbiato contro la misura del perdono: si cerc consiglio a De Marco, beneficato da sessanta a settanta anni, il quale consigli che, se si sentissero buoni denti, rosicassero quell'osso"(399) Se ci fosse vero, proverebbe semplicemente la verit del proverbio: che, chi si trova in ballo, deve ballare.
Salvo dunque un certo colorito qua e l esagerato o attenuato per l'intonazione stessa della difesa, la narrazione del Cirillo a me pare che risponda alla verit. Il Cirillo non era un "patriota", com' stato inteso poi, da quando i personaggi svariatissimi che presero parte al moto del Novantanove e ne rimasero vittime, vennero ridotti al comune denominatore di "eroe" o di "martire", e a tutti fu appiccicato il medesimo uniforme carattere. Era egli un uomo di molto ingegno e sapere, di animo retto e caritatevole, universalmente venerato ed amato per la sua probit e pel bene che faceva. Sappiamo altres che si compiaceva di libert e di repubblica. Ma, d'altra parte, per inclinazione di mente studiosa e contemplativa, per animo mite, per desiderio di tranquillit, era uno di quegli uomini politicamente inoffensivi. Quali che fossero le sue astratte idee e i suoi vaghi sentimenti, egli non avrebbe scosso il trono dei sovrani di Napoli; e dalla stessa repubblica, dopo che fu stabilita, si sarebbe tenuto in disparte. Fu travolto nella rivoluzione; ma, esaminando s stesso, egli poteva con molta verit affermare di non esser reo di un deliberato proposito contro il suo sovrano, e di avere ceduto alla forza degli avvenimenti.(400)
Menzogna, dunque, no; ma pure nella sua lettera c', oltre l'assunto stesso, qualche altra cosa che non si riesce ad ammirare. Forse si pu scusarlo del tono umile e confidente verso gli Hamilton e Nelson; sia perch il giudizio che allora poteva portarsi di questi personaggi non  lo stesso che noi ora ne diamo con altra conoscenza di causa; sia per le precedenti relazioni, che il Cirillo aveva avuto con essi, di amicizia e dimestichezza. E anche si potr scusarlo del mendicare, qua e l, le pi piccole apparenze a lui favorevoli, e addurre il non fatto giuramento, la divisa non rivestita, e simili miserie. Ma  men facile passar sopra quell'accenno, onde, per alleggerire s stesso, non si trattiene dall'aggravare la condizione dei suoi colleghi della Commissione esecutiva. Per quanto l'opera della Commissione esecutiva fosse ben nota e non suscettibile di essere aggravata da nuove accuse, e tenendo anche conto del turbamento d'animo in cui il Cirillo dov scrivere, quell'accenno dispiace.
Si potrebbe domandare: quale valore giuridico avesse il suo sistema di difesa di fronte ai Borboni; e si dovrebbe rispondere: grandissimo. La difesa culmina nelle parole: "Che cosa potevo fare, e in che modo, e che cosa potevo opporre?"; e in queste altre: "Ecco la vera storia, non dei miei delitti, ma degli errori involontari, a cui fui spinto dalla forza dell'armata francese".
, in sostanza, la difesa medesima dell'ammiraglio Caracciolo innanzi ai suoi giudici, quando, accusato di aver disertato il re, rispondeva: che il re aveva disertato lui e tutti i suoi fedeli sudditi, fuggendo in Sicilia e portando seco la cassa militare.(401) Ma lo stesso valore della difesa le toglieva efficacia sull'animo dei sovrani, che non erano certo disposti ad ammettere la colpa e la stoltezza propria e dei propri consiglieri.(402)
La lettera, dunque, non valse a salvarlo.(403) Il Nelson ha lasciato scritto in una sua nota privata: "Domenico Cirillo, ch'era stato medico del Re, avrebbe potuto essere salvato, ma egli prefer di fare il matto (to play the fool), e dire bugie, negando di aver mai tenuto discorsi contro il governo, e asserendo che si era solo occupato dei poveri negli ospedali".
E qui si ripensa alle parole di Vincenzo Cuoco: "Io (scrive il Cuoco) era seco lui nelle carceri: Hamilton e lo stesso Nelson, a' quali aveva pi volte prestato i soccorsi della sua scienza, volevano salvarlo. Egli ricus una grazia che gli sarebbe costata una vilt". Come mai il Cuoco pot affermare proprio l'opposto di ci che accadde, dacch noi sappiamo, ora, che la grazia fu chiesta e non fu ottenuta? Ed ecco si presenta un'ipotesi che mi credo in obbligo di esporre. Si riferiva il Nelson, colle sue parole, soltanto alla lettera che abbiamo pubblicata (e che, veramente, fu ritrovata tra le sue carte), o a un persistente contegno del Cirillo? Data la disposizione benigna della corte a suo riguardo, nei quattro mesi che passarono tra il giorno della lettera e quello in cui fu condotto a morte (29 ottobre), non pot accadere che al Cirillo fosse fatto intendere che si era disposto a fargli salva la vita, sotto condizioni pi meno gravemente umilianti? E il Cirillo, sia per sentimento del vero, sia per un risollevarsi della sua dignit, avrebbe allora spiegato una nuova fermezza, ostinandosi in ci che aveva dichiarato nella sua prima lettera e rinunciando per tal modo a ottenere la grazia sovrana? Questa ipotesi metterebbe d'accordo la lettera, l'affermazione del Cuoco e la nota del Nelson; e la faccio, se non con molta fede, con tanto maggiore scrupolo in quanto non si deve dimenticare che noi non abbiamo innanzi una serie compiuta di documenti sui quali si possa fondare un sicuro giudizio, ma una lettera isolata, che ci dice solo ci che il Cirillo scrisse in sua difesa, in un momento di dolore e di smarrimento, in uno dei giorni della sua non breve agonia.(404)
...
.
...
Paragrafo 2.
...
.
...
Il Nelson e la capitolazione.
...
.
...
Il signor Badham risponde con un opuscolo (Nelson at Naples, London, Nutt, 1900) alla critica severa che di un suo scritto precedente (Nelson and the Neapolitan Republicans) ha fatto il pi recente biografo del Nelson, capitano Mahan, in un articolo pubblicato nella English historical review del luglio 1899.
Il primo punto in contestazione era: se il Nelson, nel partire alla volta di Napoli il 21 giugno, fosse fornito dei pieni poteri del re per sostituirsi al Ruffo. Al Mahan sembra sicuro che il Nelson, il 21 giugno, avesse la medesima veste legale, che si voleva dare il 10 di quel mese al principe ereditario, quando si disegnava di mandarlo a Napoli, insieme appunto col Nelson, per affrettare la riconquista della capitale. Ma il Badham osserva a ragione che di ci non si ha alcuna prova; che la cosa non  verisimile, perch le condizioni erano affatto cangiate dal 10 al 21 giugno, essendosi avuta nel frattempo notizia della entrata del Ruffo in Napoli; e che, infine, il Nelson, giunto qui, non assunse punto il contegno di chi fosse in grado di sostituirsi al Ruffo, anzi i dissensi con costui rimise alla risoluzione del re.  stato gi notato da altri che la questione non  di molta importanza, perch il Nelson, esigendo l'annullamento della capitolazione, ben sapeva di operare secondo le intenzioni della corte, e i poteri legali, se anche gli mancarono nel primo momento, non tardarono a giungergli.
Il Mahan si  affaticato a dimostrare che il Nelson, negandosi di riconoscere il "trattato" o "capitolazione", lo distinse sempre dall'"armistizio"; e che il 26 giugno si pieg a riconoscere questo, non mai quello. Ma dai documenti non risulta punto la distinzione che il Nelson avrebbe fatto, nel corso delle trattative, tra l'uno e l'altro; e lo stesso Mahan  costretto a notare che una volta il Nelson parla del "trattato di armistizio", e, se altra volta dice "the treaty and armistice", fa seguire queste parole dal singolare "was" e non dal plurale "were": talch il difensore  costretto all'appiglio di lamentare la poca grammaticalit dell'illustre marinaio. Bene inoltre osserva il Badham: perch mai il Nelson avrebbe accertato il 26 giugno al cardinale che egli non romperebbe l'"armistizio", quando, avendo lasciato in sospeso la risoluzione sulla capitolazione, l'armistizio era implicitamente mantenuto? L'impressione, che si riceve dall'insieme dei documenti,  che "armistizio" e "trattato di capitolazione" fossero veramente dal Nelson adoperati come equivalenti.
Pure, supponiamo per un istante che il Nelson intendesse distinguere tra capitolazione e armistizio, e che il Ruffo fosse caduto, o abilmente stato tratto in un errore di interpetrazione. Per quale ragione allora, all'annunzio che l'"armistizio" non sarebbe stato rotto, i difensori dei castelli Nuovo e dell'Uovo avrebbero abbandonato i loro ripari e si sarebbero affidati alla clemenza del re e imbarcatisi nell'intesa che la partenza per la Francia dipendeva dal beneplacito di costui e non da diritto fondato sulla capitolazione? Non si vede; e resterebbe inesplicabile l'atto dei repubblicani di obbedire all'intimazione del Nelson, lasciando cadere una capitolazione firmata dal vicario generale del re, garantita dai rappresentanti di tre Potenze, e alla quale non poteva mancare l'appoggio della guarnigione francese di Sant'Elmo, che, tra l'altro, aveva in mano ostaggi per quel trattato. Sembra che, in ogni caso, convenisse loro meglio resistere fino all'estremo o accettare l'offerta del Ruffo di tentare lo scampo per via di terra. Per la disperata risoluzione di rimettersi alla clemenza di re Ferdinando, ci sarebbe stato sempre tempo.
Se anche mancassero precisi documenti in proposito, sarebbe dunque da porre in dubbio l'asserzione del Nelson: che i patrioti uscissero dai castelli, sapendo di dover fidare unicamente nella clemenza del re. Ma dalla particolare narrazione e dai documenti pubblicati dal Sacchinelli si ricava invece che il motivo della loro risoluzione fu la fiducia nell'osservanza della capitolazione, e che il Nelson s'impadron di essi per inganno, mandando al cardinale, e direttamente ai patrioti stessi, per mezzo del Troubridge e del Ball, l'assicurazione che la capitolazione sarebbe mantenuta e che perci i capitolati potevano imbarcarsi. Al Mahan, che aveva contestato questo racconto del Sacchinelli, risponde il Badham ricostruendo minutamente, sulle concordi testimonianze di fonti assai varie, i diversi momenti delle trattative passate tra il Ruffo e il Nelson. L'appoggio pi efficace  venuto al Badham dal Diario del Micheroux, pubblicato dal Maresca nell'Archivio storico per le Provincie napoletane (XXIV, 447-463), dal quale risulta l'improvviso voltafaccia del Nelson, quando vide che il Ruffo, coerente a quel che aveva sempre dichiarato, dava disposizioni perch i repubblicani fossero rimessi nelle condizioni in cui si trovavano prima di aver capitolato, restituendo loro i posti militari occupati dalle truppe regie. Fanno eco alla testimonianza del Micheroux le proteste dei prigionieri che erano a bordo delle navi, dell'Albanese, del Ricciardi, del Landini, del Moreno, dell'Aurora. Ai patrioti uscenti dai castelli i russi resero perfino gli onori militari, in conformit dell'articolo terzo della capitolazione; e che gl'inglesi non facessero lo stesso, fu attribuito dai patrioti alla fretta onde si esegu l'imbarco: l'Acton se ne compiaceva in sguito, scrivendo all'Hamilton, la quale compiacenza non avrebbe significato se non si fosse trattato di un qualcosa eseguito dal Nelson di suo arbitrio, oltre e contro la lettera del trattato. Senza parlare del Nardini, del Boquet, del Lomonaco e del Cuoco,  certo che anche il capitano Foote, spettatore dell'imbarco ma estraneo alle trattative seguite all'arrivo del Nelson, dichiar di credere che i patrioti napoletani fossero stati tratti in inganno; e il Diario napoletano reca la notizia che il comandante dei russi, Baillie, non voleva rimanere al suo posto in Napoli, non reggendogli l'animo di assistere allo scempio di uomini, che si erano fidati della sua parola.
Qualche oscurit rimane ancora sul punto: se il Ruffo fosse realmente ingannato dal Nelson, o se non piuttosto si lasciasse ingannare, trascurando le cautele necessarie ad assicurarsi della vera intenzione e della buona fede dell'ammiraglio inglese e contentandosi di dichiarazioni alquanto equivoche, che salvavano le apparenze. Certo, alle risolute rimostranze contro le prime richieste del Nelson, mal risponde la sua acquiescenza nei mesi seguenti durante la feroce reazione. Ma forse dallo spirito morale del Ruffo non bisogna domandare troppo: opposizioni e proteste, s, ma non la fiera ribellione contro i sovrani o il ritrarsi in solitudine.
Dimostrata la frode commessa dal Nelson, diventa di scarsa importanza il dibattito se la capitolazione fosse stata o no eseguita all'arrivo di lui; perch mi sembra che, a ogni modo, con la sua frode, il Nelson medesimo le desse esecuzione. Pure il Badham chiarisce contro il Mahan che l'esecuzione era effettivamente avvenuta col rilascio dei prigionieri fatto dai repubblicani, con la consegna di alcuni posti militari e col libero rientrare in citt di molti di coloro che erano chiusi nei castelli. Gli argomenti del Mahan sono non poco sofistici. Secondo lui, la capitolazione non era stata eseguita, perch l'articolo secondo del trattato stabiliva che i repubblicani non avrebbero lasciato i castelli fintanto che non fossero pronti i bastimenti per imbarcare coloro che preferissero recarsi a Tolone. Continuando per questa via, si potrebbe dire che non fosse da considerare eseguita se non dopo ottenuta la certezza che i repubblicani erano effettivamente giunti a Tolone, e dopo il conseguente rilascio dei quattro ostaggi ritenuti in Sant'Elmo; ossia le garanzie della capitolazione si muterebbero in differimenti alla sua esecuzione! E dove se ne  andato l'articolo nono, che disponeva l'immediata liberazione degli altri ostaggi e dei prigionieri, tosto firmato il trattato? e il decimo, che per l'esecuzione di esso non metteva altra condizione che l'approvazione del comandante francese di Sant'Elmo?
Il Badham d per incidente alcuni chiarimenti sulla condanna del Caracciolo. Pare assai probabile che al Caracciolo si estendesse il beneficio della capitolazione, e che egli non fosse arrestato se non per volont del Nelson; il quale, com' noto, era ben istrutto del desiderio dei sovrani, che il Caracciolo, come pericoloso per la sua perizia delle cose navali del regno di Napoli, non andasse all'estero e fosse messo a morte; e, d'altra parte, il modo preciso della sua morte era gi comunicato dallo Hamilton all'Acton due giorni prima del giudizio del Consiglio di guerra. Il Badham richiama l'attenzione sul passo di una lettera di lord Keith al Nelson, che lo aveva ragguagliato sommariamente della fine del Caracciolo. "Ammonite codesti napoletani (scriveva il Keith) di non essere troppo sanguinar: i vili sono sempre crudeli". Il Keith credeva la uccisione del Caracciolo opera dei napoletani, alla quale il Nelson si fosse tenuto estraneo, semplice spettatore. Ma noi che sappiamo che il Nelson e la volle e l'affrett, possiamo girare a costui il giudizio del suo superiore, e affermare che in quella occasione l'eroe di Aboukir non vergogn, purtroppo, di scendere alle vili funzioni di aiutante del carnefice.
...
.
...
FINE Parte 2.